Decidere di usare solo il bianco e nero - e relative sfumature intermedie - è una scelta espressiva radicale. Porta a concentrarsi sugli aspetti
essenziali della realtà visibile: il corpo e la sua forma, la porzione di spazio che occupa, la sua reazione a una fonte luminosa, l’ombra che
proietta.
La mostra Black&White. Von Dürer bis Eliasson al Museum Kunstpalast di Düsseldorf fino al 15 luglio (dopo la prima
tappa, con il titolo Monochrome: Painting in Black and White, alla National Gallery di Londra) ripercorre con oltre cento opere suddivise in nove
sezioni tematiche la storia e le declinazioni di questa particolare espressione artistica, dai primi esempi medievali fino all’arte
contemporanea, e indaga le ragioni religiose, filosofiche, culturali o tecniche che hanno spinto gli artisti, attraverso sette secoli, a
cimentarsi con la “grisaille”.
La riduzione e la concentrazione della gamma cromatica al bianco e al nero, il lavoro per sottrazione, portano
a esiti creativi sorprendenti. Un approccio che nel tempo è stato spesso accompagnato da una riflessione sulla natura della realtà visibile e il
suo possibile superamento, quasi una liberazione, intellettuale e spirituale, dai vincoli dell’apparenza alla quale appartiene anche il
colore La mostra nasce da un progetto del 2015 delle curatrici inglesi Lelia Packer e Jennifer Sliwka, ampliato, nella versione di
Düsseldorf, con la cocuratela di Steffen Krautzig e Sandra Badelt, perché pensato su uno spazio di oltre 1700 metri quadrati, con l’aggiunta di
molti esempi moderni e contemporanei, in particolare di una sezione dedicata alla fotografia, arte che nasce in bianco e nero, di cui Düsseldorf è
una delle capitali mondiali.
ricercato dai collezionisti per la raffinatezza tecnica ed estetica
La pittura in sfumature di bianco e nero esisteva già nell’antichità: ne parla Plinio (Naturalis Historia 35.5) e Plutarco (Moralia 346) afferma che il pittore ateniense Apollodoro nel V secolo a.C. aveva sviluppato una tecnica nota come “skiagraphia” (pittura di ombra) utilizzata per la resa volumetrica dei corpi. Le prime testimonianze che ci sono pervenute risalgono al Medioevo e sono su vetrate realizzate per i monasteri cistercensi nella Francia del XII secolo, che vietavano l’uso del colore nelle immagini perché la mente non ne fosse distratta. L’uso di vetrate con decorazioni a “grisaille” si diffuse poi anche presso altri ordini religiosi. Alcuni frammenti proposti in mostra sono ascrivibili alle vetrate della cappella della basilica di Saint-Denis a Parigi dedicata a Luigi IX di Francia, del 1320-1324, distrutte durante la Rivoluzione francese. Decorazioni a monocromo bianco e nero si ritrovano, nella Francia del Trecento, anche su avori, smalti e miniature a soggetto religioso; erano in uso, inoltre, anche in altre parti d’Europa e nei secoli successivi, sui paramenti liturgici, per il sacerdote e per l’altare, destinati alle celebrazioni quaresimali. Tra i pezzi forti della mostra, un’imponente Agonia nell’orto, uno dei quattordici parati dipinti in bianco su tela blu (tela di jeans!) commissionati da Andrea Doria per il presbiterio o la sacrestia dell’abbazia benedettina di San Nicolò del Boschetto a Genova, per rivestirne l’altare e le pareti. Il “digiuno” cromatico quaresimale imposto al fedele preludeva alla letizia pasquale in cui il colore delle immagini sacre avrebbe avuto la forza di una rivelazione.

