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ROUSSEAUIN RIMONTA

di Daniele Liberanome

Andamento altalenante per le opere di Henri Rousseau il Doganiere, ben quotato negli anni Novanta ma lontano dal gusto dei collezionisti nel periodo successivo. Con il mercato in ripresa, sembra il momento di comprare

L
a presenza della sua opera I giocatori di football (1908) sulla copertina del catalogo della mostra milanese dedicata alla collezione Thannhauser (Palazzo reale, fino al 1° marzo, in questo numero alle pagine 60-65) basterà a ricordarlo ai collezionisti, che non sempre lo amano?
Il mercato di Henri Rousseau Le Douanier (Il Doganiere) (1844-1910) ha dato segni di ripresa negli ultimi tempi, ma siamo ancora lontani dai picchi dei primi anni Novanta, quando la sua arte, così distante dagli impressionisti a lui contemporanei richiamava acquirenti di notevole peso. Da allora le vendite dei suoi dipinti ricordano l’andamento delle montagne russe. Del resto, Rousseau non ha mai potuto contare su una carriera facile e su una notorietà costante. È vero che dal 1886 esponeva stabilmente al Salon des Indépendants, ma nessuno inizialmente dava peso a quei suoi lavori davvero particolari, figurativi fino all’eccesso, che richiamavano mondi lontani e uno stile quasi “infantile”.
Rousseau non aveva ricevuto alcuna formazione artistica accademica, era un autodidatta che viveva del suo umile lavoro di funzionario statale; andava per musei, orti botanici e zoo, lasciandosi ispirare da quel che vedeva per poi dipingere. Solo nel 1891 il giovane Félix Vallotton (1865-1925), allora giornalista, ne scrisse le lodi aiutandolo piano piano a conquistarsi le amicizie anche di Gauguin e Cézanne. Nel 1908 Rousseau conobbe Picasso solo perché lo spagnolo era rimasto colpito da una sua opera in vendita per le strade di Parigi come tela da ridipingere e dal valore quasi nullo.
Era il 29 novembre 1993 quando Christie’s di Londra offrì con grande rilievo il suo Ritratto di Joseph Brummer (ritratto-paesaggio) dedicato a un mercante e collezionista che avrebbe poi riscosso notevole successo sia in Europa sia negli Stati Uniti con i suoi pezzi di arte sia moderna occidentale o africana.
Rousseau dipinse il ritratto nel 1909, in un periodo particolarmente fecondo, in cui aveva già raggiunto notorietà negli ambienti artistici di Montparnasse e aveva consolidato il suo stile che ormai utilizzava con notevole sicurezza.
Nell’opera sottolinea come Brummer vivesse in due mondi, da un lato quello bohémien, evidente nella poltrona su cui siede o nella sigaretta tenuta con nonchalance, dall’altro esotico, con il volto dipinto come fosse una maschera africana e con lo sfondo di alberi da foresta equatoriale. Un ritratto quindi molto intimo e personale, ben distante dai paesaggi impressionisti. La tela era molto nota per essere stata in prestito prolungato in musei come il MoMA e la Kunsthalle di Basilea. Christie’s, certa di fare un colpaccio, non pubblicò stime e alla fine raccolse qualcosa come l’equivalente di 3,9 milioni di euro. Resta questo il risultato migliore di Rousseau, ma nel 1990 ottima accoglienza avevano ricevuto diverse altre sue opere, fra cui una sua Veduta della Bièvre nei pressi di Gentilly. Datata 1885-1892, si distingue chiaramente dal ritratto di Joseph Brummer non solo perché non vi compaiono figure (e neanche il fiume Bièvre), ma per lo stile ben più naïf. La riproduzione semplificata delle forme, l’uso di colori brillanti, l’assenza di movimento, trasmettono una sensazione di opera infantile e di realtà immutabile nel tempo. Sotheby’s di Londra lo aggiudicò il 4 aprile 1990 per circa 1,5 milioni. Dopo il felice inizio degli anni Novanta, le quotazioni di Rousseau scesero per riprendersi solo un buon decennio dopo. Christie’s ne approfittò per presentare allora Quartetto felice, una parodia del paradiso terrestre di una famiglia borghese composta da una coppia con figlio e cagnolino, che si muovono alle note/indicazioni del maschio.


Ritratto di Joseph Brummer (ritrattopaesaggio) (1909).