Epilogo Ma che fine hanno fatto i nostri personaggi? Margherita, come sappiamo, è riuscita ad arrivare alla pensione facendo per quarant'anni la stessa identica cosa con la devozione di un monaco certosino: processare fatture, validare ordini, rispondere "perché è sempre stato fatto così" a chiunque osasse suggerire miglioramenti. Aveva trasformato l'obbedienza cieca in una forma d'arte, eseguendo procedure che probabilmente avevano senso nel 1987 ma che oggi erano utili quanto un floppy disk. Nel suo ultimo giorno, mentre svuotava la scrivania, ha trovato manuali di software che non esistevano più da quindici anni e si è chiesta, per la prima volta in quattro decenni, se forse qualcuno le aveva mentito sul senso di tutto quello che aveva fatto. Ma ormai era troppo tardi per arrabbiarsi: aveva la pensione, la liquidazione e quarant'anni di certezze che nessuno poteva più toglierle. Vincenzino, al contrario, aveva iniziato con l'entusiasmo di un cucciolo di labrador e la competenza di un laureato summa cum laude, pronto a rivoluzionare il mondo un algoritmo alla volta. Dopo due anni passati a spiegare perché il software legacy andasse riscritto invece che patchato con nastro adesivo digitale, a proporre soluzioni che venivano respinte perché "troppo innovative" e a vedere le sue idee brillanti morire nella palude delle procedure aziendali, ha capito che stava diventando l'ennesimo Ferdinando in incubazione. Così ha fatto l'unica cosa sensata: ha dato le dimissioni e ora insegna informatica alle medie, dove almeno quando spiega un concetto semplice sa che dall'altra parte c'è qualcuno che ha voglia di imparare, non qualcuno che ha paura di cambiare. Ma Ferdinando? Ferdinando aveva fatto carriera come si scala una montagna in ciabatte: con fatica, sudore e la costante sensazione che prima o poi sarebbe precipitato. Cinquantasei anni, tre stecche fumate al giorno e un curriculum che sembrava scritto da qualcun altro, aveva raggiunto quella posizione manageriale che in azienda chiamavano "di responsabilità" - una di quelle definizioni aziendali che suonano bene quanto "ristrutturazione del personale" o "ottimizzazione dei processi". La sua giornata tipo iniziava alle sei del mattino con una doccia veloce e un caffè che sapeva di bruciato, proseguiva con otto ore di riunioni dove annuiva saggiamente a decisioni che non capiva, e si concludeva alle undici di sera davanti a un foglio di calcolo, cercando di decifrare report che sembravano scritti in aramaico. Nel mezzo, i pasti: un panino al distributore automatico a pranzo, patatine e bibita come merenda, e se era fortunato una pizza surgelata per cena, scaldata al microonde dell'ufficio mentre tutti gli altri erano già a casa. Ferdinando era diventato l'incarnazione perfetta del : promosso fino al suo livello di incompetenza e lì parcheggiato come un'auto in divieto di sosta, con la differenza che nessuno aveva il coraggio di fargli la multa. Ogni mattina si svegliava con l'ansia di essere scoperto, come un impostore che ha dimenticato di aver mentito sull'identità. Ma lo stipendio era buono, la macchina aziendale pure, e la moglie aveva ormai organizzato la vita sociale intorno al suo status di "manager nell'IT" - una di quelle professioni che suonano importanti ai barbecue del condominio, anche se nessuno capisce esattamente cosa significhino. Principio di Peter Il sonno era diventato un lusso che non poteva permettersi. Quattro ore a notte, se andava bene, passate a rigirarsi nel letto pensando a tutti i progetti che non riusciva a gestire, alle scadenze che si moltiplicavano, alle presentazioni che doveva fare senza sapere di cosa parlare. Si era abbonato a quelle bevande energetiche che promettevano miracoli e sapevano di sciroppo per la tosse, ma ormai il suo organismo era così assuefatto alla caffeina che avrebbe potuto berci su un espresso doppio. La mattina del quindici marzo, Ferdinando si stava preparando per l'ennesima riunione sul budget del quarto trimestre - un argomento che conosceva quanto la fisica quantistica - quando ha sentito quella morsa al petto. Solo che non c'erano telecamere, né musica drammatica, né tempo per le ultime parole significative. Solo lui, il distributore automatico del caffè che lampeggiava "servizio temporaneamente sospeso" e un dolore che gli tagliava il respiro come una lama. Si è accasciato sulla moquette grigia dell'ufficio, quella che non era mai piaciuta a nessuno ma che nessuno aveva mai avuto il coraggio di cambiare, guardando il soffitto con le sue mattonelle acustiche tutte uguali. Gli ultimi pensieri sono stati per i report che non aveva finito, per la riunione delle dieci che avrebbe saltato senza preavviso, per il fatto che probabilmente avrebbero dovuto assumere qualcun altro per non capire le stesse cose che non capiva lui. Ferdinando se n'è andato come aveva vissuto gli ultimi anni: in silenzio, senza disturbare troppo, lasciando dietro di sé una scrivania piena di post-it incomprensibili e una password di sistema che nessuno si era mai segnato. Al suo funerale, il CEO ha tenuto un discorso commovente su quanto fosse "un pilastro dell'azienda", mentre i colleghi annuivano. La morale della storia è semplice: a volte il prezzo del successo è così alto che alla fine ti ritrovi a pagare con monete che non sapevi nemmeno di avere in tasca. E quando il bancomat della vita ti restituisce la carta con scritto "fondi insufficienti", non c'è PIN che tenga. E io? Il buon Fritz, che dopo vent'anni nel settore continua a combattere contro mulini a vento, armato solo di esperienza e di un'ironia che si affila sempre di più contro la pietra dell'assurdità quotidiana, ha imparato a riconoscere a colpo d'occhio i manager che devono la loro posizione al cognome giusto piuttosto che al curriculum. Quelli che chiamano "riunione strategica" ciò che in realtà è un'ora di tempo perso a discutere di cose che si potrebbero risolvere con una mail. Ma non molla, perché ogni incompetente che incontra, ogni decisione presa senza cognizione di causa, ogni "si è sempre fatto così" pronunciato con orgoglio, diventa materiale prezioso per i suoi libri. È diventato un archeologo dell'ignoranza informatica, un cronista delle assurdità aziendali che trasforma la frustrazione in pagine stampate. Perché se non puoi vincere contro il sistema, almeno puoi raccontarlo così bene da far ridere chi lo riconosce e riflettere chi non se n'era ancora accorto. FINE