L’obiettivo sotteso, invece, è affermare la dignità e l’unicità della persona umana, quandanche essa si confronti con le proprie insicurezze e inibizioni, nella ferma convinzione che ognuno ha il diritto di essere riconosciuto, considerato e valorizzato, non esclusivamente secondo i parametri de-soggettivanti e tipicamente post-moderni della competitività, della prestazione e dell’efficientismo (Agamben, 2007), ma anche nei propri limiti e nelle proprie fragilità. Se tutto quello che sperimentiamo durante l’infanzia ha un impatto duraturo sul modo con cui percepiamo il mondo e sullo sviluppo delle capacità relazionali, ciò accade per diverse ragioni. Innanzitutto, per la molteplicità delle “prime volte”, ovvero, delle prime esperienze tipiche dell’età infantile, che contribuiscono a modellare gradualmente la struttura e le funzioni del cervello umano, influenzando il nostro sviluppo cognitivo, emotivo e sociale (Grolnick, Cosgrove e Bridges, 1996; Bronson, 2000). Da piccoli, per esempio, siamo posti costantemente di fronte a situazioni in cui possiamo “esercitarci” a esprimere le nostre emozioni e a riconoscere quelle altrui; a sviluppare le competenze necessarie per interagire in modo efficace; ad apprendere modelli di comportamento: prima in modo mimetico, poi, gradualmente, attraverso l’esperienza e il ragionamento critico (Camerer, 2003). Nondimeno, nel corso della prima infanzia, siamo particolarmente suscettibili all’influenza di due fattori che, più di altri, co-determineranno la nostra capacità di ricevere e dare fiducia in futuro: la qualità delle interazioni con la figura materna o, in sua assenza, della figura di accudimento che la sostituisce. le caratteristiche dell’ambiente familiare, culturale e sociale in cui ci troviamo a nascere e crescere. 1. Le radici della fiducia nell’infanzia Tra gli scienziati sociali del secolo scorso che hanno sviluppato maggiormente le proprie ricerche sul modo con cui l’esperienza del