UN'IM-POSSIBILE COMPRENSIONE Uno dei dilemmi e dei motivi ricorrenti di riflessione è quello relativo al momento in cui i bambini si dedicano all'investigazione delle piante con azioni distruttive. (Em.B.) Proviamo ad assumere il punto di vista delle piante citando Stefano Mancuso che, prima ancora che nei suoi preziosi scritti, nei numerosi incontri pubblici non manca mai di sottolineare come ci è impossibile comprendere le piante e il loro modo di stare al mondo. In particolare, segnala spesso come una delle scelte evolutive delle piante sia stata quella di lasciarsi mangiare. Ai nostri fini potremmo tradurlo in "lasciarsi danneggiare". Certamente non mancano esempi illuminanti di strategie di difesa messe in atto contro gli erbivori, dalle spine alle sostanze tossiche. In altre parole, le loro difese mirano a equilibrare il rapporto con gli animali favorendo quella complessità biologica e quella fitta rete di relazioni che nell'Ipotesi Gaia proposta da James Lovelock è essenziale per mantenere sul pianeta condizioni adatte alla vita. Dal momento che la biomassa terrestre, cioè la massa degli esseri viventi, è costituita per l'85% da vegetali e solo per lo 0,03% dagli animali (in mezzo ci sono funghi e microrganismi), per le piante è più importante garantire quelle condizioni che proteggere il singolo individuo. Una cosa è il rispetto delle piante, un'altra è divenire iperprotettivi verso chi, invece, si lascia mangiare per sopravvivere in un ecosistema complesso e per diffondersi sul pianeta. Le piante di un giardino giocoso, comprese quelle orticole, devono pur sopportare qualche strappo, se vogliono esser conosciute dai bambini. A loro, in fondo, non succede che ciò per cui si sono evolute. Potremmo anche aggiungere che per molte piante le pratiche colturali sono proprio basate su veri e propri danneggiamenti. Si pensi, per esempio, alle operazioni di potatura sugli alberi da frutto, alle operazioni di diradamento, alla sfemminellatura del pomodoro o alle cimature. Non ci sfugga, inoltre, che il momento del raccolto corrisponde spesso alla soppressione di parti della pianta o alla sua totale eliminazione. Ciò che difendiamo istintivamente è, quindi, il nostro rapporto culturale e colturale con le piante, non le piante stesse. Prova ne sia il fatto che quando i bambini raccolgono alcuni fiori presenti in gran quantità nel prato, come le margherite o dei fili d'erba, non proviamo lo stesso bisogno di difendere i vegetali. Come fare allora? Riflettiamo insieme sulla costruzione di un limite, cioè una quantità di danno accettabile per assicurare gli apprendimenti dei bambini nel costruire una regola di rispetto reciproco tra piante e umani. È un'operazione tutt'altro che facile, ma una buona pratica per i professionisti dell'educazione e della didattica.