"ERBACCE" I giardini possono offrire moltissimi stimoli anche quando c'è "solamente" qualche "erbaccia". Proviamo a guardarci intorno con gli occhi di Albrecht Dürer che nel 1503 dipinse ad acquarello la ricchezza di biodiversità in una zolla di terra. La sua opera realistica , con un'ampia varietà di "erbacce", rappresenta un cambio di passo nella raffigurazione della natura con un atteggiamento umanistico. Questo dipinto è un invito a valorizzare ciò che passa inosservato. Nel linguaggio comune le "erbacce" sono piante che crescono fuori controllo dall'essere umano, spesso vengono chiamate anche "infestanti" e "malerbe". I loro semi si lasciano trasportare in tantissimi modi e germogliano dove altre piante non riescono: su un muro, ai bordi delle strade, nelle grondaie... Vivono di niente, gli basta poca acqua, poca terra. Sono molto resistenti, e in molti casi creano le condizioni di vita a piante più vulnerabili. Nei prati dei servizi per l'infanzia e delle scuole le erbacce già ci sono. A volte non fanno in tempo a crescere perché vengono estirpate, passa il tagliaerba. Le cosiddette "erbacce" disturbano un'idea di giardino "tipica" dell'Antropocene, che si caratterizza per il fatto che l'essere umano modifica l'ambiente a proprio piacimento e interesse. (A.D.P.) La grande zolla Ma le "erbacce" non esistono. O, perlomeno, non sono riconosciute come tali in botanica, dove non si considera una pianta "meglio" di un'altra. Ciò che cresce in modo spontaneo non è considerato meno importante di ciò che viene coltivato. L'erbaccia è una "categoria culturale" che ci porta a riflettere sul rapporto fra uomo e natura, sui noi stessi. Come scrive Richard Mabey in (2011, p. 28): «Le erbacce fanno parte di quella grande comitiva di estranei che si presentano dove non sempre sono i benvenuti». Elogio delle erbacce Del resto "-accio" è un suffisso con valore peggiorativo. Con una forma mentis di questo tipo, un gioco che germoglia in modo spontaneo, quando meno te lo aspetti, che si sviluppa e si propaga in modo inatteso, che risulta meno comprensibile e più coinvolgente di un gioco condotto, potrebbe essere considerato – seppur inconsapevolmente – un "giocaccio"? A ribaltare completamente il paradigma ci viene incontro Gilles Clément (2015), paesaggista di fama internazionale, che propone di realizzare "giardini in movimento" a partire dal lasciarci stupire dalle "vagabonde" (così chiama le "erbacce"), ovvero aspettare che crescano e dialogare con il loro "caos poetico".