DETTAGLI A volte può bastare "solamente" qualche filo d'erba spontanea per garantire un'esperienza profondamente giocosa. Soprattutto grazie alla presenza di un adulto in attesa di accogliere l'autodeterminazione dei bambini. (A.D.P.) Due metri d'avventura Silvia (10 mesi) è seduta sul prato. Si guarda intorno, lentamente. Abbassa lo sguardo, stacca un lungo filo d'erba, lo stringe in mano, lo scuote. Lo tiene fra le due mani. Guarda l'educatrice Sara, che risponde con un sorriso. Silvia si guarda intorno, lentamente. Strofina il filo d'erba sul giubbotto, poi lo lancia via. Sbilancia il corpo in avanti fino a poggiare le due mani a terra e si mette a gattoni. Stacca un filo d'erba, lo guarda e lo lascia andare. Si rivolge verso l'educatrice che annuisce con un silenzioso cenno e lo sguardo compiacente. Silvia inizia a gattonare sul prato, incontra un pezzo di legno liscio, si ferma e ci appoggia sopra la mano. Si siede, si guarda intorno e con una mano prende una manciata d'erba, la guarda, muove le dita e alcuni fili cadono. Quelli che restano appiccicati alle dita vengono portati alle labbra e poco dopo li lascia cadere dalla bocca. Silvia riprende a gattonare. Si ferma, apre la mano per prendere altri fili d'erba e tira con forza. La sua attenzione si sofferma su un lungo filo verde fra le dita, l'unico che ha strappato. La lunga pianta, a seguito di alcuni movimenti, si arrotola alle mani, poi si scioglie e viene lasciata andare. Silvia gattona ancora un po', si ferma davanti a una piccolissima zona dove non c'è l'erba, chiude la mano e gratta la terra. Poi, tocca una grande foglia. Riparte e si sposta fino al fiore di trifoglio che osserva con attenzione, lo stringe fra le mani e lo lascia andare. Dal punto di partenza Silvia si è spostata di circa due metri. Con lo sguardo cerca l'educatrice che è seduta al solito posto. Torna indietro gattonando lentamente, molto lentamente. Ci sono azioni che non fanno notizia. Un po' come quelle che fa Silvia con le cosiddette "erbacce". Una bella sfida educativa è quella di narrare la ricerca di dettagli dei bambini durante esperienze autonome alle quali si tende a non far caso, ancor di più all'aperto. Ovvero, documentare la complessità di una giocosità che uno sguardo adulto potrebbe considerare scontata, se non addirittura banale. Nel caso, sarebbe anche un bel sostegno alla genitorialità: dare significato ai piccolissimi momenti "da niente" permette di controbilanciare lo stress performativo del nostro tempo. Dunque, rispetto a questi due metri d'avventura, cosa possiamo dire? Chiediamolo a un neonatologo.