"Cucù!" è uno dei primi giochi di regole strutturate che facciamo nella nostra vita e rientra a pieno titolo nella "famiglia" dei nascondini. Per di più, paese che vai "Cucù" che trovi. Nota è l'analisi di Bruner e Sherwood sul Cucù e l'apprendimento delle strutture normative che lo regolano (Bruner, Jolly, Sylva, 1981) di cui riporto alcuni aspetti, per soffermarci sul ruolo dell'adulto. Il Cucù per iniziare ha bisogno del momento giusto, nasce da un incontro di sguardi ed è accompagnato da vocalizzazioni che tendono a diminuire con il ripetersi del gioco, ad aumentare se in un contesto non familiare. La "prima mossa" è aspettare l'evento casuale di guardarsi negli occhi, sostenere una reciproca attenzione, quindi i bambini sono attivi, protagonisti del gioco. La "seconda mossa" riguarda il nascondersi con tutto ciò che è possibile (con le mani, una sciarpa, una foglia di platano). I ruoli possono essere di diverso tipo: l'adulto inizia e si nasconde; il bambino inizia e si nasconde; l'adulto inizia e il bambino si nasconde; il bambino inizia e l'adulto si nasconde. Il gioco si sviluppa in quella manciata di secondi in cui si è nascosti: ci possono essere vocalizzi reciproci, si può scoprire una piccola parte del volto (solitamente quella che riguarda gli occhi), si può far vibrare ciò che nasconde il volto, si scopre velocissimamente il viso... in una ricerca continua di variazioni in equilibrio sul punto limite dell'attenzione. Ancora una volta abbiamo l'occasione di riconoscere l'imprevedibilità come caratteristica pregnante del gioco e degli apprendimenti che ne possono conseguire. «Ciò che il bambino sembra imparare non sono solo le regole di base del gioco, ma la gamma di possibili variazioni all'interno della serie di regole [...] elemento cruciale per la padronanza della competenza e della capacità creativa. [...] Il bambino apprende la regolarità del concetto stesso attraverso l'apprendimento delle varianti che lo esprimono [...] non apprende soltanto tali varianti ma ricava piacere dal processo stesso nel momento in cui cerca di scoprirlo» (ivi, p. 349). La "terza mossa" è venire allo scoperto, ritrovare il contatto visivo e dire "Settete".