La luna lumaca Intervista a Nicola Cinquetti di Nicoletta Gramantieri In questo libro ci si interroga sui vari modi in cui si inciampa nella poesia. Come è avvenuto il tuo inciampo? Ho scoperto la poesia come lettore, al di fuori dell'esperienza scolastica, agli inizi della mia adolescenza. I primi libri li ho trovati per caso, sugli scaffali di una libreria, a casa di parenti. Pavese, Cardarelli, Evtušenko, Caproni. Nientemeno. Leggendoli, ne ricevevo formidabili contraccolpi interiori. Mi meravigliava la forza con cui quelle brevi linee di parole scavavano dentro la vita. E siccome portavo sempre con me quello slancio infantile che ti spinge a dire "anch'io!", ho provato a scrivere i miei primi versi. Anch'io. Per emulazione. Pavese, soprattutto, con quella sua cadenza così perentoria, mi dettava un ritmo interiore che mi era naturale cercare di riprodurre, quando scrivevo. Le prime poesie le ho raccolte all'interno di un taccuino nero, rigorosamente nero in ossequio a un verso di una canzone dei Pink Floyd: «I've got a little black book with my poems in!». Le chiamo poesie, anche se un giorno la sorella di un mio amico, di qualche anno più grande di me, dopo averle lette mi ha detto: "Belle! Mi diverto anch'io, ogni tanto, a scrivere come queste...". Le ha chiamate così, , dimostrando tra l'altro di conoscere il latino. Io non l'avevo mai sentita, quella parola. L'ho cercata sul vocabolario e ci sono rimasto un po' male. « : inezie, bagatelle, cose da poco, composizioni letterarie alle quali l'autore non dà peso». Insomma, era come se mi avesse detto: "Belle, queste tue non-poesie!". Il mio taccuino nero comunque non c'è più, l'ho eliminato in un passaggio successivo della mia vita. Rimane solo qualche breve poesia che ricordo a memoria. Per esempio questa: nugae nugae Nugae