Intervista dando del tu Intervista a Vivian Lamarque di Martino Negri Martino Negri: «Che bello il bianco foglio nella mano/ luccica il pennino, cominciamo». Al principio degli anni Settanta, su hai iniziato a pubblicare i tuoi versi, approdando in seguito anche alla scrittura di sempre più numerose fiabe e racconti per bambini, che non sono stati dunque i primi destinatari della tua scrittura. Quando hai iniziato a sentire la fascinazione delle parole? E a intuire la possibilità di usarle per costruire cose? E per chi? I bambini popolano la tua scrittura, sia come figure, caratteri veri e propri, sia come punto di riferimento nella costruzione dello sguardo che getti sulla realtà. La tua voce di poetessa, inconfondibile, porta con sé tracce profonde di quell'età – aurea per alcuni, dolorosa per tanti altri – che è l'età infantile, declinandosi in una leggerezza ora consolatoria ora spietata che di fatto smaschera ipocrisie e irrigidimenti dell'età adulta, mostrata nella sua distanza dalla salubre pienezza e disponibilità allo stupore tipica del sentire infantile. A che cosa si deve questa scelta (sempre che di una scelta si tratti)? 1 Paragone Vivian Lamarque: Per primo si è fatto vivo il pennino della poesia, molti anni dopo la matita colorata della fiaba. Nessuna fascinazione nessuna decisione di costruire niente. A dieci anni, inconsapevole di tutto, una inattesa scossa tellurica (la scoperta di avere due madri) mi cucì la bocca («Col punto erba / col punto croce / diligente si cuciva le labbra / faceva il nodo») non dissi niente a nessuno della scoperta, tantomeno alla madre con cui vivevo, ma contemporaneamente mi si spalancò la porta della scrittura. L’intervista è apparsa in , 47, settembre 2019. 1 Hamelin Potere alla parola. Quanto conta oggi dire e scrivere?