Gli intenti o i potenziali significati di questa titanica impresa sono stati più volte descritti dall'artista e cineasta inglese nel corso delle sue interviste, durante le quali McQueen presenta due intenzioni primarie dietro a . Una è la necessità di ritrarre la moltitudine di partecipanti in un momento cruciale, a detta dell'artista, dello sviluppo del bambino e cioè quello a cavallo tra la libera spensieratezza della prima infanzia e il progressivo inserimento nelle strutture sociali. L'altra ragione è da ritrovarsi nella capacità di creare immagini che producano al contempo un senso d'alterità e d'appartenenza in chi le guarda: osservare i giovanissimi protagonisti di questi ritratti di gruppo produce nell'osservatore la curiosità di scoprire qualcosa che sente ormai lontano da sé, ma che allo stesso tempo gli è appartenuto. A questo si aggiunge un ulteriore effetto di spiazzamento temporale, perché mettersi di fronte a questi ritratti di gruppo significa osservare un riflesso della società attuale o di quella che verrà (Younge, 2019). Guardare i bambini raffigurati nella monumentale serie di immagini allestita sulle pareti della Tate Britain, o riprodotta sotto forma di manifesti pubblicitari per le strade della città, ci chiede di fare i conti con la sfera personale e sociale, con le storie degli altri messe a confronto con la nostra storia, intrecciando presente, passato e futuro. Year 3 1. LA RELAZIONE TRA MUSEI E INFANZIA Quando pensiamo all'operazione frutto della collaborazione tra McQueen, Artangel e Tate sappiamo di non riferirci a una delle normali attività proposte ai bambini d'ogni età da musei come la Tate, eppure quest'operazione rappresenta un fatto significativo nella recente relazione tra musei e infanzia, da cui possiamo far partire alcune domande e possibili risposte. La grande azione di coinvolgimento messa in atto da McQueen ci fa chiedere ancora una volta: chi sono i bambini per il museo? Che cosa può rappresentare il museo per i bambini? Se alla prima domanda possiamo replicare utilizzando le più recenti definizioni date al museo e alle sue finalità o alle strategie messe in atto per raggiungerle, alla seconda potremmo ribattere indagando le possibilità educative che un percorso museale offre ai più piccoli. L'esito del progetto di Steve McQueen porta però a definire un altro risultato interessante dell'incontro tra bambini, opere d'arte e museo. Invitati a visitare la mostra delle fotografie delle classi partecipanti, e quindi anche della propria classe, i bambini radunatisi presso i corridoi della Tate Britain si sono letteralmente riconosciuti nelle immagini, e questo riconoscimento è avvenuto attraverso la mediazione della rappresentazione. Quante volte la retorica dei musei ci suggerisce di poterci riconoscere negli oggetti esposti in una data mostra in quanto frutti della stessa civiltà? Ecco, la domanda che mi pongo in questo momento è: come possiamo chiedere ai bambini di riconoscersi all'interno di un museo? Come avviene nei bambini che visitano il museo la negoziazione tra alterità e appartenenza tipica di un’esperienza con l’arte?