seconda parte - Tutte le mamme hanno il latte? Voci di esperti e di mamme - x Tutte le mamme hanno latte? icono che tutte le mamme hanno il latte. Ma i numeri sembrano dire qualcos’altro. Le percentuali delle donne che allattano in modo esclusivo al momento della dimissione dal punto nascita e al terzo mese di vita del bambino non confermano questa affermazione D 1 . Se stai leggendo questo libro, forse è la tua stessa esperienza a contraddirla. E allora… allora vogliamo vederci un po’ più chiaro. Con l’aiuto degli esperti del settore – pediatri, neonatologi, consulenti in allattamento e psicologi – cerchiamo di capire come mai in Italia tante donne avrebbero voluto ma… non hanno allattato. Cominciamo dall’inizio. Ovvero dall’assunto che tutte le donne hanno latte. Note Secondo un’indagine commissionata dalla Società Italiana di Pediatria, e realizzata da ISPO nel 2008, le mamme che allattano tre mesi dopo il parto sono il 69%, e al sesto mese di vita del bebè allatta ancora poco più di una mamma su due (52%). I dati sono tratti da Pediatria Notizie, mensile di attualità pediatrica della Società Italiana di Pediatria, n. 4/5, luglio/ottobre 2008, pag. 6. 1 Produzione di latte: facciamo chiarezza Tutte le mamme hanno il latte. Ma è proprio vero? Vista la percentuale di mamme che incontrano difficoltà con le poppate viene quasi da dubitarne. Lo abbiamo chiesto al dottor Guido Moro, neonatologo, presidente dell’Associazione Italiana Banca del Latte Umano Donato e dell’Associazione Europea delle Banche del Latte ( ). 2 European Milk Bank Association Note L’Associazione Italiana Banche del Latte Umano Donato, che coordina l’attività delle 27 banche attualmente in funzione sul territorio italiano, promuove l’allattamento materno e la scelta solidale della donazione. Per scoprire qual è la Banca più vicina è possibile consultare il sito www.aiblud.org che contiene un elenco aggiornato e diviso per regioni di tutte le banche italiane. 2 Tutte le mamme hanno il latte. Questa affermazione è scientificamente corretta? Qual è la percentuale delle donne che non possono allattare per motivi fisici? L’affermazione è quasi corretta: la percentuale delle donne che non possono allattare per reale agalattia, ovvero assenza completa di latte, sono meno dell’1%. In questo caso, la donna non produce neppure una goccia di latte e non c’è nulla che si possa fare poiché si tratta di un problema costituzionale. Un problema che però, come abbiamo visto, è decisamente molto raro. Allora forse gli allattamenti mancati sono dovuti a una “carenza” di latte? Questa è una situazione frequente? No, neppure l’ipogalattia, ovvero una produzione di latte insufficiente al fabbisogno del neonato, è comune. La percentuale di mamme interessate da ipogalattia si aggira attorno al 3%. In tutti gli altri casi, una gestione corretta dell’allattamento esclusivo (con poppate numerose e frequenti, attacco e posizione corretti, suzione efficace del piccolo) garantisce un buon avvio della produzione e assicura al bambino tutto il latte che gli serve. Per la ridotta percentuale di mamme che hanno effettivamente un problema di ipogalattia (confermato dal fatto che pur avendo messo in atto tutti gli accorgimenti necessari, la produzione resta comunque insufficiente), c’è la possibilità di ricorrere, dietro prescrizione medica, a dei farmaci galattogoghi . 3 Note Spiega il dottor Moro: “Il farmaco più efficace nel favorire la produzione di latte è il domperidone (una sostanza procinetica che come effetto secondario stimola la prolattina) e, in seconda battuta, il metoclopramide (farmaco antiemetico). Non è invece verificata scientificamente l’efficacia dei rimedi naturali spesso proposti per aumentare la produzione, quali silimarina, galega e fieno greco; poiché non esistono studi clinici che abbiano valutato la sicurezza di questi prodotti, l’assunzione è sconsigliata (soprattutto per non correre il rischio di effetti collaterali legati a quantitativi troppo elevati)”. 3 Può aiutarci a capire come funziona la produzione di latte? La produzione si basa su un meccanismo di domanda e offerta: più il bimbo succhia al seno, più latte viene prodotto. Questo perché la suzione del bambino stimola le terminazioni nervose del capezzolo, inviando così all’ipofisi (ghiandola che secerne ormoni) il messaggio di produrre prolattina, l’ormone responsabile della produzione di latte. Quindi anche il bambino ha un ruolo attivo nel buon avvio dell’allattamento? Sì, è la suzione che stimola la produzione di latte. Quindi il bimbo deve poter fare poppate frequenti (nei primi tempi non sono sufficienti 5 o 6 poppate al giorno, ne servono di più), deve essere posizionato in modo corretto e succhiare in modo efficace. Se il bebè è pigro o sonnolento, la mamma gli offrirà il seno più spesso e lo stimolerà a poppare. Partendo dal presupposto che praticamente tutte le donne hanno il latte, ci sono mamme che hanno un latte meno nutriente, non adeguato per rispondere alle esigenze del bebè? No, assolutamente no. Il latte che la mamma produce è adeguato per il suo bambino. Ogni donna produce un latte diverso (proteine e carboidrati sono uguali, ma la composizione dei grassi è influenzata dall’alimentazione materna), ma tutte le mamme producono un latte ugualmente efficace per rispondere alle esigenze del proprio piccino. Secondo la sua esperienza, quanto incidono le informazioni corrette e il sostegno di quanti circondano la donna nella buona riuscita di un allattamento? Incidono tantissimo, soprattutto oggi, in un periodo storico in cui la maggior parte delle donne che diventano madri non sono state allattate, non hanno confidenza con abitudini, tradizioni, mentalità legate all’allattamento, non possono contare sui consigli delle nonne (che non hanno vissuto questa esperienza), e partono quindi svantaggiate. Perso il sostegno della famiglia patriarcale e inserite in una società che non favorisce l’allattamento, quando le neomamme si trovano a dover affrontare qualche difficoltà non sanno a chi rivolgersi. Trovare punti nascita che offrano un servizio ambulatoriale dedicato all’allattamento è raro: i pediatri spesso non hanno il tempo materiale di seguire ogni neomamma e in molti casi risolvono il problema prescrivendo un’integrazione di formula artificiale, i consultori non in tutte le città prevedono spazi per le neomamme. La partita dell’allattamento si gioca nelle prime due o tre settimane e molte mamme in questa situazione non facile si scoraggiano e lasciano perdere. E se non fosse questione di latte? Molte mamme (ben più di 3 mamme su 100) che non sono riuscite ad allattare hanno pensato che il problema fosse la mancanza di latte. Poco latte, poco sostanzioso, poco nutriente… D’altronde chi doveva rassicurare queste mamme a proposito delle potenzialità del corpo materno di produrre il latte necessario per il bambino, ha proposto loro dei metodi assurdi per “misurare” la produzione, come la doppia pesata e il tiralatte. Peccato che, novantanove donne su cento, alle prime sedute di tiralatte non estraggono che poche gocce e questo non significa niente. D’altronde, le normali richieste del bambino di attaccarsi spesso per fame, per sete, per bisogno di contatto, per far passare quel fastidio al pancino, per scacciare il senso di solitudine, sono state fraintese da parenti e amici e interpretate – neanche a dirlo – come mancanza/carenza di latte. E così, dicevamo, molte mamme che non hanno allattato pensano che il problema sia stato il latte. Leggendo questo libro, però, il dubbio che le cose non stiano così sorge. Quale può essere la reazione di fronte a questa “rivelazione”? Di rifiuto, probabilmente. “Forse le altre mamme avrebbero potuto. Io no, a me il latte davvero non è venuto!”. Ora, forse davvero tu fai parte di quella minuscola percentuale di donne che non avrebbe in alcun caso potuto allattare . Ma dato che di minuscola percentuale si tratta, forse con le informazioni e il sostegno giusto il tuo corpo avrebbe prodotto il latte che serviva. 4 È un concetto difficile da accettare ed è difficile perché c’è un fraintendimento di fondo. L’associazione mentale che purtroppo viene spontanea è: “Se il problema non era il latte, se non era il latte che mancava, allora ho mancato io di buona volontà? Non ho fatto tutto quello che avrei potuto? Non ho resistito abbastanza?”. E via così con tutte le follie che nella nostra società siamo soliti accostare all’allattamento, quasi fosse un atto di eroismo, un sacrificio che la madre compie, immolandosi sull’altare dell’amore materno. E chi non ce la fa, chi non ha la forza e resta indietro, porta per sempre nel cuore l’onta della sconfitta. Note In questo caso non resta che accettare quello che è stato, sapendo di aver fatto tutto il possibile e farsene una ragione. 4 In realtà, allattare dovrebbe essere normale. Non il frutto di lacrime e sangue e chi più ne versa, più è brava. Dovrebbe essere piacevole. Bello. Ma torniamo a noi. Alla mamma che avrebbe voluto allattare e non ce l’ha fatta. Ipotizziamo che il suo corpo avrebbe potuto produrre latte a sufficienza. E facciamo il passo successivo: avrebbe potuto farlo se…? Non se fosse stata più brava/eroica/tenace, ma se avesse ricevuto le informazioni e il sostegno giusto. Punto. Quindi non è lei che ha mancato, non ha motivo di sentirsi inadeguata. Hanno mancato gli altri! Chi avrebbe dovuto darle indicazioni corrette e le ha detto sciocchezze. Chi avrebbe dovuto incoraggiarla e l’ha fatta dubitare di se stessa, chi avrebbe dovuto aiutarla e non ha trovato il tempo o non è stato capace di farlo. E allora, se guardiamo la vicenda da questo punto di vista, possiamo anche ipotizzare che il latte sarebbe potuto arrivare, senza che questo pensiero ci faccia male, senza sentirci in colpa. Possiamo riscattare noi stesse e anche il nostro corpo che, molto probabilmente, aveva tutte le carte in regola per nutrire il bimbo che è nato, così come l’aveva nutrito per nove mesi prima della nascita. E facciamo un ulteriore passo. Allattare è un diritto di madre e bambino. Un diritto che viene negato ogni volta che la donna non riceve il sostegno necessario. Un diritto di cui, spesso, neppure abbiamo consapevolezza. Ed è una vergogna che questo diritto ad oggi sia affidato al caso: se la donna partorisce in un ospedale che ha provveduto a formare il proprio personale, viene aiutata e molto probabilmente allatta felicemente; se invece partorisce in un ospedale che non ha provveduto a formare il proprio personale, riceve indicazioni errate o inadeguate e molto probabilmente allatta con grande fatica e per un periodo più breve di quanto avrebbe voluto. È un problema sociale, questo. Altro che mamme “poco volenterose”. Altro che sensi di colpa. Abbiamo bisogno di eroi? Capita spesso, quando si sente parlare di allattamento, che questa funzione fisiologica venga associata a vocaboli che sembrano più indicati a descrivere una battaglia che un gesto d’amore. Le mamme – che hanno allattato e che non hanno allattato – ricorrono a termini quali resistere, tenere duro, lottare, soffrire, essere forti, sacrificarsi. Dopo mesi di notti insonni, di scarsa crescita e di martellante pressione da parte di familiari e non, io sono stata debole, non sono riuscita farmi carico delle mie convinzioni e di portarle avanti con coraggio… E così mi sono arresa al latte artificiale! Chiara Io non sono stata capace di battermi per continuare a provarci. Cristina Dopo una crisi per non avercela fatta e per non essere stata abbastanza forte e tenace ho realizzato che se per un’altra gravidanza incontrerò gli stessi piccoli ostacoli, chiederò aiuto a La Leche League o ad altri che siano competenti. Non ripeterò gli stessi errori. Elisa Il bimbo sta crescendo molto bene anche senza il mio latte, ma tornando indietro terrei duro durante la mastite. Anna Io non mi sono arresa, ho resistito nonostante il dolore delle ragadi per quasi due mesi. Poi non ce l’ho fatta più. So che altre hanno saputo stringere i denti e continuare. Olga Va da sé che chi “ce la fa”, resiste, si sacrifica, tiene duro, vince la gloria e il latte per il bebè, e chi “non ce la fa” non allatta ed è preda dei sensi di colpa. Ebbene, c’è stato un errore. Un errore bello grosso, tra l’altro. Stiamo parlando di bimbi, di poppate al seno, di qualcosa che dovrebbe essere normale, addirittura piacevole, e sicuramente non doloroso, non difficile, non un sacrificio! Naturalmente, l’errore non è delle mamme, sia chiaro. Le mamme si sono trovate in questa situazione. E ne pagano il prezzo sulla loro pelle (in caso di ragadi e mastite, anche in senso letterale). Perché oggi, nella nostra società, senza aiuti, senza informazioni corrette, alle prese con problemi fisici che non si sa come risolvere e pressioni sociali (pro-allattamento e/o pro-biberon), allattare può davvero diventare una guerra. E i feriti sono le mamme, quelle che hanno abbandonato il campo, che si sono ritirate e che il peso di questa sconfitta se lo porteranno nel cuore per mesi, forse anni. 5 Note Le ragadi non sono normali effetti collaterali dell’allattamento da sopportare con stoicismo: sono un problema da risolvere il più rapidamente possibile come il mal di denti e altri accidenti! 5 Ma è tutto sbagliato. Allattare non dovrebbe essere questione di eroismo. Di tenacia. Di sopportazione del dolore (ma no, ma che tristezza!). La scelta delle donne dovrebbe essere tra non allattare, se la mamma sente che l’allattamento non fa per lei, e allattare felicemente, se la mamma vuole nutrire al seno. L’opzione martirio, dalla natura, non è contemplata . 6 Come e perché siamo arrivati a questo punto, lo vedremo meglio nei prossimi capitoli. Per adesso pensiamo questo: il latte materno è stato garanzia di sopravvivenza della specie umana nei millenni. La natura avrebbe affidato qualcosa di così importante (la sopravvivenza dei cuccioli!) a un gesto che comporta dolore e richiede particolare spirito di sacrificio, sopportazione e abnegazione? Non sarebbe stato decisamente troppo rischioso? Note Le mamme del mondo animale allattano e, per quanto ne sappiamo, questo gesto non comporta alcun dolore, anzi i grandi felini durante l’allattamento comunicano con i cuccioli facendo le fusa. 6 Sicura di non aver allattato? Ci sono donne che decidono già in gravidanza che non allatteranno i loro bambini. Se prendono questa decisione è ovvio che hanno i loro buoni motivi, che non è affar nostro indagare. Tutte le altre, tutte coloro che non hanno deciso di non allattare, e quindi dopo la nascita del loro piccino lo attaccano al seno, secondo me, hanno allattato. Mi rivolgo in particolare alle mamme che soffrono per un allattamento che non decolla o per un allattamento già concluso. Queste mamme in genere dichiarano di non aver allattato. Però, non è esattamente così. Pensiamo all’allattamento misto: il bimbo riceve il latte artificiale, certo, ma riceve anche il latte della sua mamma. Le poppate sono solo tre, due, una al giorno? Sempre latte di mamma è. Quella mamma sta allattando. Non in modo esclusivo, certo. Ma non è una mamma che “non ha allattato”. E ora parliamo di tempistiche. Se una mamma ha offerto il proprio latte al suo bambino per tre mesi, si può parlare di non allattamento? Non credo. E lo stesso vale se i mesi sono stati due o se non sono stati mesi ma settimane. La mamma ha allattato. Per un periodo breve. Ma non è una mamma che “non ha allattato”. Certo, stiamo comunque parlando di allattamenti difficili, non pienamente riusciti, conclusi troppo presto, di esperienze che non sono state entusiasmanti, ma forse qualche mamma potrà sentirsi meglio, cambiando prospettiva. Non pensando più a se stessa come a una mamma che non ha allattato (soprattutto se questo pensiero la rattrista o la fa sentire inadeguata), ma pensando a se stessa come a una mamma che ha allattato per un po’.