LA GUERRA, LA PACE,
L'EROS 1933-1973

Mentre l’Europa vede l’ascesa del nazifascismo, Picasso si avvicina alla poesia e scrive versi inquietanti: «Che i ratti siano liberi di fare ovunque i loro festini, ma non osino mangiare i piccioni nel nido [...]. Dare, arraffare, torturare, uccidere [...], suono le campane finché non sanguinano».

Amico di surrealisti come Éluard e Breton, adesso dichiara di non essere un pittore ma un poeta, e auspica che un giorno il mondo lo possa ricordare soprattutto in tale veste. È forse una provocazione, ma a rileggerlo oggi, quel suo poemetto scritto in spagnolo, pubblicato sui “Cahiers d’Art” del 1935, con la traduzione di Sabartés e un commento di Breton, denuncia una crisi esistenziale e artistica profonda, e la consapevolezza che è in subbuglio il mondo intero, non solo la sua vita privata. La tragedia in Spagna è imminente. Dal 1933 Francisco Franco è alla guida delle Baleari, mentre José Antonio Primo de Rivera ha fondato la Falange nazionalista su modello dei Fasci italiani. Tuttavia nel 1936 i repubblicani spagnoli del Fronte popolare vincono le elezioni, e in Francia si afferma il Fronte popolare di Léon Blum. Picasso esulta, ma sono successi effimeri. Il 18 luglio 1936 il colpo di Stato falangista provoca in Spagna la guerra civile. A Parigi da quasi quarant’anni, Picasso è un mito per il suo paese, tanto che “in absentia” è divenuto direttore del Museo del Prado; agli inizi del 1937 gli viene richiesta una grande tela per il padiglione spagnolo all’Esposizione universale di Parigi. Ma è titubante e confuso, da qualche tempo non riesce a dipingere, ossessionato dalla sua complicata situazione sentimentale. Notoriamente veloce e prolifico, non è avvezzo a opere su commissione e preferisce seguire personali ispirazioni, come quando disegna vignette satiriche sulle menzogne di Franco (Sueño y mentira de Franco, gennaio 1937). Vuole il caso, però, che da tempo prediliga il tema dell’atelier; riflette allora sulla possibilità che la grande tela raffiguri il pittore e la modella. Ai primi di aprile del 1937 inizia a Tremblay-sur-Mauldre, dove ha sistemato Marie-Thérèse con la figlia Maya, dodici schizzi a grafite, numerati, su fogli color carta da zucchero. Oltre alla modella nuda disegna un braccio alzato con la falce e il martello stretti nel pugno, unico riferimento politico. L’ultimo foglio, datato 18-19 aprile, raffigura in pochi tratti a penna e china una lampadina elettrica appesa al soffitto, come a rievocare quel «vestito di lampadine elettriche» che un toro/minotauro cuce per il torero in uno dei suoi versi surreali. Da anni è attratto dalla forza bruta del minotauro, dai volti antropomorfizzati dei tori, e ovviamente dalle corride: il capolavoro di quegli anni è una tavoletta del 1933, pubblicata nel 1935 sui “Cahiers d’Art”, dove compaiono un cavallo sventrato, un torero morto, un toro imbizzarrito. Il 31 marzo 1937 l’Aviazione legionaria italiana sgancia le bombe sull’inerme popolazione civile della cittadina basca di Durango, ma per scuotere la coscienza internazionale e lo stesso Picasso ci vorrà il più noto episodio di Guernica, il 26 aprile 1937, bombardata dagli aerei dei nazionalisti di Franco e degli alleati tedeschi e italiani. Solo adesso Picasso elegge la tragedia di Guernica a tema del suo dipinto per l’Esposizione parigina. Tutti i temi affrontati in precedenza – il toro, il cavallo, la lampadina, il minotauro – vengono così adattati per simboleggiare gli orrori della guerra, di tutte le guerre. Dietro alla grande tela di Guernica, dipinta fra il 1° maggio e il 4 giugno del 1937, si celano dunque questi antefatti. Picasso vi ha lavorato nel grande atelier sottotetto, al numero 7 di rue des Grands Augustins, a due passi dalla Senna, vicino all’abitazione di Dora Maar, che frequenta non senza continuare a vedere Marie-Thérèse e la figlia Maya, talvolta costringendo le due donne a dolorosi confronti. In quei giorni Dora Maar testimonia, con una serie di memorabili scatti, la genesi del dipinto, che adesso vuole rievocare il massacro di civili a Guernica, documentato dai giornali. Schizzi, disegni, bozzetti, precedono la stesura del “telero” (354 x 782 cm) di fronte al quale, nella sala del museo che oggi lo ospita a Madrid, ci si scopre silenziosi e assorti. L’urlo di ogni essere vivente è affidato non solo all’umanità ferita, ma anche all’indimenticabile strazio del cavallo trafitto. Un’unica figura maschile, un uomo ucciso, come una statua in frammenti, stringe una lancia spezzata. Sulla sinistra, il toro, ispirato al minotauro, e sotto di lui una donna che urla impotente, col figlioletto morto in braccio. La luce della lampadina appesa pare una sciabolata. Guernica viene esposto a Parigi nell’estate del 1937, e in seguito Picasso non permise che tornasse in Spagna fintanto che al potere fosse rimasto il regime dittatoriale di Franco. E così è stato: dopo l’Esposizione universale parigina Guernica parte per un lungo tour di propaganda al fine di raccogliere fondi per i combattenti repubblicani in Spagna, e poi, trasferita a New York, resta al Museum of Modern Art fino a quando, dopo la morte di Picasso, non cadrà il regime di Franco. Si dimentica spesso, però, che proprio i repubblicani spagnoli si erano indignati per la tela di Picasso, ritenuta antisociale e «inadeguata per la salute mentale del proletariato»: la modernità era incompresa, dunque ritenuta sconveniente. 

Nell’estate del 1939, quando la Francia sta per soccombere all’avanzata tedesca, Picasso porta al sicuro Marie-Thérèse e la figlia sulla costa atlantica, a Royan. Allo scoppio della guerra anche lui lascia Parigi, e raggiunge Royan con Dora Maar e Sabartés. Nel maggio del 1940 i tedeschi invadono la Francia. I nazisti mettono al bando le opere “degenerate” di Picasso che, tornato a Parigi, le custodisce in un caveau. Negli anni dell’occupazione nazista l’artista partecipa con Dora Maar e gli amici, poeti, scrittori, filosofi, a una sorta di cenacolo di resistenza intellettuale, tanto che un suo beffardo testo teatrale, Il desiderio acchiappato per la coda, viene recitato in una performance memorabile, nella casa parigina di Michel e Zette Leiris sulla Senna: gli attori sono Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, i Leiris, la regia è di Albert Camus. 

Nell’agosto del 1944 Picasso festeggia la Liberazione con Marie-Thérèse (Dora è stata nel frattempo lasciata, e non si riprenderà più dalla sofferenza dell’abbandono). Nell’ottobre del 1944 l’artista s’iscrive al Partito comunista, come l’amico Paul Éluard, anche se le sue opere di denuncia della guerra, compiute durante l’invasione nazista, non convinceranno mai i burocrati comunisti. Adesso si dedica alla litografia, alla scultura, ad “assemblages” di ogni genere. Ogni tecnica, ogni metodo fanno parte ormai della sua pratica. Intanto ha incontrato la giovane e affascinante Françoise Gilot, che all’epoca ha ventidue anni. Sarà l’unica, fra tutte le compagne, a lasciarlo, dopo avergli dato due figli: Claude e Paloma. 

Resta difficile sfatare il luogo comune secondo il quale in ogni fase della vita e della carriera di Picasso si riconosce un leitmotiv associato a una donna: Fernande rappresenterebbe gli anni della sensualità giovanile e piena, della bohème; Olga quelli della bellezza classica, dell’agiatezza, della mondanità e del “ritorno all’ordine”; Marie-Thérèse la stagione sensuale e fresca; Dora il tormento. E poi c’è Françoise, che per Picasso è la donna fiore, sempre riconoscibile, nei dipinti del dopoguerra, per gli occhi grandi, luminosi, per la bocca sensuale, il piccolo neo sulla guancia, i capelli fluenti; l’unica non solo ad averlo lasciato ma perfino ad avergli manifestato la propria ammirazione per Matisse, che le avrebbe voluto fare un ritratto. Françoise è l’artista ribelle, indipendente, mentre Jacqueline la donna devota sino alla fine. 

Risale all’agosto del 1946, durante il soggiorno di Picasso e Françoise nel castello Grimaldi ad Antibes, in Costa azzurra, uno dei più significativi grandi dipinti di quegli anni. Un giovane fotografo amico loro, Michel Sima, procura a Picasso delle lastre di eternit, perché possa dipingere nonostante la carenza di tele reperibili in quel periodo immediatamente successivo alla guerra. Nasce così La gioia di vivere (La joie de vivre), con un evidente richiamo alla celebre tela di Matisse del 1906. Picasso l’ha dipinta con una densa vernice per barche che gli aveva procurato Sima, in mancanza dei colori usati di consueto. Si tratta di un quadro che testimonia un rinnovato spirito positivo dell’artista, una felicità, per quanto temporanea, raggiunta con la bella Françoise: che danza nuda, al centro della scena, affiancata da un centauro, un fauno e due caprette. In lontananza, sull’orizzonte blu del mare della Costa azzurra, una barca a vela. 

Poco dopo, nel 1947, Picasso e Françoise, con il piccolo Claude, si trasferiscono alle spalle di Antibes, nel placido villaggio di Vallauris, dove Picasso si dedica con passione alla ceramica. Nel corso di un anno giunge a realizzare circa duemila pezzi, dalle forme più diverse, e con una velocità impressionante, come testimoniano i filmati che lo ritraggono al lavoro. 

Intanto, la sua adesione al Partito comunista, ai dibattiti e alle conferenze internazionali sulla pace produce delle vere e proprie icone, talvolta nate quasi per caso, come l’immagine iterata della colomba bianca, scelta da Louis Aragon fra le decine di disegni di Picasso che gli vengono mostrati per essere destinati a un manifesto sulla pace. Non a caso Paloma, nata da Picasso e Françoise nel 1949, in spagnolo significa colomba. 

Fra i quadri di quegli anni che testimoniano l’impegno politico dell’artista, spicca Massacro in Corea, un olio su compensato dove la scena dell’atroce fucilazione di civili innocenti pare ispirata al Goya del 3 maggio 1808, anche se qui a essere uccisi sono donne e bambini. La tela è un’esplicita denuncia della guerra, nella fattispecie dell’intervento americano in Corea. Tuttavia saranno proprio i comunisti a giudicare inadatto il dipinto di Picasso, perché troppo moderno, quindi non popolare, che da allora si distacca sempre più dalla politica, forse anche perché deluso proprio dalle incomprensioni nei confronti della sua opera. 

Con i due grandiosi pannelli La guerra e La pace, eseguiti a Vallauris sulle pareti di una piccola cappella sconsacrata, Picasso esprime una partecipazione emotivamente più sentita, forse, ai temi della pace, appunto, e della guerra. Addirittura pare influenzato dalle immagini medievali dei trionfi della Morte, con cadaveri e soldati feroci, caricaturali, simili a ombre cinesi. 

Nonostante l’età ormai avanzata, Picasso continua a sperimentare, a dipingere, a scolpire, ad assemblare i materiali più diversi. Concepisce straordinari oggetti utilizzando pezzi di recupero, come ceste di vimini, basi di ceramica, foglie di palma, legno, dal cui assemblaggio nasce la famosa Capra gravida, poi rivestita di gesso e quindi fusa anche in bronzo. Destino che toccherà anche alla Scimmia col suo piccolo, ricreata unendo assieme, fra le altre cose, due automobiline che il gallerista Kahnweiler aveva regalato al figlio Claude, e pure una pallina da ping pong, due manici di tazzine (usati per le orecchie dell’animale) e un pezzo di ammortizzatore (per la coda). 

Quando Jacqueline lo abbandona e porta con sé i due figli, stanca dei tradimenti e di un atteggiamento poco accomodante e non paritario nei confronti della donna, Picasso si trova ad attraversare un altro periodo di crisi, che supera facendo altre conoscenze femminili e infine grazie all’incontro con Jacqueline Roque, che sposerà dopo una lunga convivenza nel 1961. Risalgono a un’assai prolifica ultima fase della sua vita, segnata giornalmente dal lavoro, le grandi rivisitazioni di capolavori come Le Déjeuner sur l’herbe di Manet, le Donne di Algeri di Delacroix, e soprattutto Las meninas di Velázquez. 

Dopo tre secoli dal dipinto di Velázquez (Las meninas, 1656), Picasso dedica nel 1957 alla celeberrima tela ora al Prado una serie di quarantaquattro opere, tutte di misure inferiori all’originale. Vi si esercita dal 17 agosto al 30 dicembre 1957, raffigurando svariati dettagli più o meno fedeli all’opera secentesca. La serie, nota come Suite (cui aggiunse quattordici studi su altri temi), fu da lui donata nel 1968 al Museu Picasso di Barcellona, in memoria dell’amico coetaneo Sabartés, scultore e scrittore, morto da poco. Proprio a Sabartés, nel 1950, Picasso aveva confidato che se avesse dovuto “copiare” il celebre dipinto del suo illustre predecessore, magari avrebbe spostato qualche elemento più a destra o a sinistra, ricreando così “un personale”, autonomo Las meninas, senza per questo dover temere giudizi negativi dei tradizionalisti. 

Negli ultimi anni Picasso torna di frequente sul tema del pittore e della modella, con raffigurazioni quasi voyeuristiche, particolarmente esplicite nei dettagli del nudo femminile, che desteranno grande scandalo quando quelle opere saranno esposte alla mostra postuma di Avignone. Se da giovane l’artista si era invecchiato più d’una volta, come ad affermare le sue doti precoci, alla fine enfatizza la sua giovanile, mai esaurita vitalità creatrice. Con un senso dell’eros più caricato, come a denunciare la propria vecchiaia, l’incapacità di una partecipazione fisica, che adesso è solo una partecipazione emotiva. Ma ancora, è capace di forgiare la materia, sotto qualsiasi forma e con qualsivoglia tecnica: un mago, un alchimista-stregone, in grado di trasformare con rapidità inaudita una semplice linea in un’immagine compiuta, verosimile perfino se astratta, senza alzare la matita o il pennello dal supporto. Immortalato dai più celebri fotografi e registi, amico di intellettuali e attori, ricercato da mercanti e musei, negli ultimi anni Picasso si richiude dapprima nel castello di Vauvenargues, ai piedi della montagna di Sainte Victoire vicino a Aix-en-Provence, dove poi sarà sepolto, e in seguito nella casa di Notre Dame-de-Vie. Qui muore, l’8 aprile del 1973. Solo dopo la sua morte sarà disvelata l’immensa eredità delle migliaia di opere da lui lasciate nelle sue case, custodite in modo quasi maniacale ancorché in apparente disordine, fino alla fine. È il suo preciso, programmatico desiderio di catalogazione, di inventario delle diverse fasi della propria carriera. Quasi a voler lasciare di sé la successione esatta del suo iter artistico, la sua immagine da tramandare ai posteri. Un’immagine che oggi siamo finalmente in grado di comprendere in tutta la sua immensa grandezza.