Introduzione In Italia si sentiva la mancanza di un testo che ripercorresse la storia di Célestin Freinet e della pedagogia che ha contribuito a far nascere. È questa la principale ragione che mi ha spinto a scrivere. Perché è così importante ricostruire l’esperienza di un educatore come Célestin Freinet? C’è, prima di tutto, una ragione generale che riguarda lo statuto della pedagogia. La pedagogia non è una scienza (il che non vuol dire che non debba nutrirsi anche di fonti scientifiche), ma una pratica sociale (un’“arte di fare”, ha ricordato Philippe Meirieu ispirandosi a Michel de Certeau). Come tutte le pratiche sociali vive di continue contraddizioni: tra l’esigenza di educare tutti e la libertà dell’educando, tra la trasmissione di un sapere già definito e la libera scoperta delle conoscenze, tra l’obbligo di imparare e il rispetto dell’interesse dell’allievo, tra l’obbedienza a un ordine prefissato e la pratica della democrazia a scuola ecc. Solo nella pratica, quando si inizia a lavorare con i ragazzi e si riflette sul proprio operato, ci si rende conto di queste contraddizioni e ci si impegna per affrontarle. È quello che hanno fatto tutti gli educatori. Non hanno ragionato nella logica astratta dell’aut-aut inseguendo modelli inesistenti ma hanno assunto queste contraddizioni come costitutive della loro professione. Ne hanno fatto tesoro per inventare pratiche. Alcuni di loro, come Freinet, di queste pratiche hanno fatto una vera e propria pedagogia.