La Borsa di Bo Il valore dei materiali nell'allestimento degli spazi Pietro Antolini Breve introduzione del progetto Qualsiasi discorso si possa iniziare attorno alla Borsa di Bo, esso dovrà per forza partire da una premessa relativa al contesto etico, estetico e generativo da cui è nata. Mi riferisco alla Cooperativa sociale Eta Beta, una realtà ormai conosciuta a Bologna e al di fuori della città per l'intreccio dialettico e creativo tra i suoi diversi ambiti progettuali e lavorativi, per il modo in cui quotidianamente sperimenta la relazione non scontata tra artigianato e riabilitazione, per il suo approccio originale all'economia circolare, per il contributo di ricerca costante sul tema dell'alimentazione e della ristorazione sostenibile e, infine, per l'opera di riqualificazione dello spazio di Battirame 11, che costituisce ormai un esempio virtuoso di rigenerazione eco-urbana (e umana) di un pezzo di città marginalizzato. Guardando oggi questa realtà da fuori, la sua varietà di rami d'impresa e il continuo via vai di persone che ogni giorno attrae e attiva, ci riesce difficile pensare che all'inizio il progetto nacque "in famiglia", sotto forma di associazione culturale e quasi per caso, dall'unione delle competenze artistiche e tecniche di Juan Crous – scultore del vetro – con quelle filosofiche ed educative di sua moglie Giovanna Bubbico. Da sempre Juan e Giovanna credono nel lavoro manuale e nella creatività. C'è una frase di Paul Valery che per entrambi è quasi un motto: "Perché non considerare come un'opera d'arte l'esecuzione di un'opera d'arte?" In altre parole: se l'essenza dell'opera d'arte fosse da cercarsi nel processo piuttosto che nel risultato? Per Giovanna e Juan il processo in questione è certamente esteso a tutti gli ambiti trasformativi e riabilitativi in cui la Cooperativa Eta Beta opera.