7. Il diritto al gioco nell’infanzia Il Novecento ha rappresentato il secolo dei diritti. Da un lato, ha consentito di allargare in modo orizzontale e includere soggetti e gruppi precedentemente esclusi, contemporaneamente ha permesso di individuare, in modo verticale, diritti specifici relativi a soggetti portatori di bisogni particolari. Bambine e bambini sono tra i soggetti che nel corso del Novecento sono interessati da questo duplice processo. L’infanzia assume piena visibilità giuridica nel corso del Novecento e vengono presi in considerazione bambine e bambini, non solo come portatori di bisogni specifici, ma come “soggetti” attivi di diritti, capaci di esercitarli in forma autonoma (Moro, 1991). Va ricordato che bambine e bambini sono minorenni e questo assegna loro una condizione di minorità, in quanto i soggetti che rientrano in questo gruppo di individui sono di fatto esclusi da una serie di diritti perché sono difficilmente verificabili (capacità e competenza) per la loro età. I bambini hanno bisogni specifici legati alla loro condizione di vulnerabilità e di incompletezza, che li rende soggetti deboli e fragili. Da questo riconoscimento derivano il complesso dei diritti di protezione e le leggi che si sono realizzate che tutelano l’infanzia, ritenuta una “età” esposta a numerose fragilità. Il tema del gioco, piuttosto ricorrente quando si parla di sviluppo e di processi educativi, ha suscitato l’interesse di diversi studiosi, anche in ambiti disciplinari diversi da quello pedagogico. Il gioco è andato sempre più delineandosi come oggetto di studio privilegiato della ricerca educativa. La sua rilevanza in quanto “dimensione fondamentale dell’esperienza umana” è oramai ampiamente riconosciuta e rimarcata da più parti, rispetto all’esperienza sia infantile sia adulta e non soltanto come funzione biologica nella storia individuale, ma anche come fenomeno culturale nella storia dei popoli e della società.