In Italia, come abbiamo visto nel primo capitolo, i parametri di riferimento per la diagnosi di dislessia sono
la velocità di lettura e l’accuratezza. Le sillabe al secondo costituiscono il dato fondamentale, perché ci permettono di capire il grado di
difficoltà del soggetto rispetto ai pari età, ma non ci dicono nulla sui sottoprocessi coinvolti, come le memorie e il sistema attentivo, o sulle
abilità compromesse, tutti aspetti che vanno a riflettersi, positivamente o negativamente, sulla lettura. Non è accettabile emettere una diagnosi dopo
15-20 minuti di seduta; per un’indagine seria sono necessarie almeno 3/4 ore (se si vogliono proporre trattamenti coerenti che devono partire dai
processi sottostanti). Vanno messi in chiaro più volte le sillabe al secondo e tutti i dati ricavati dai test.
Altro aspetto curioso è che spesso in alcune diagnosi l’unico valore che emerge con chiarezza è il Quoziente Intellettivo (QI), che è la misura più delicata sia dal punto dell’affidabilità, in quanto nessuno è ancora riuscito pienamente a definire l’intelligenza in maniera completa e coerente, sia dal punto della privacy.
Inoltre, il paziente o il genitore del bambino hanno diritto a visionare tutto ciò che è stato somministrato “minuto per minuto” durante la seduta. Le relazioni dovranno quindi mettere in luce i punteggi e le considerazioni per ogni prova, con argomentazioni utili anche per il clinico che leggerà tale relazione in futuro.