Prefazione di Franco De Luca l passaggio da un’alimentazione lattea a una che comprende anche cibi solidi è una tappa fondamentale nello sviluppo naturale del bambino. Ma da alcuni decenni, lo svezzamento del proprio bambino viene vissuto da molti genitori con ansia e spesso con frustrazione. I Come il parto e l’allattamento al seno, anche lo svezzamento è stato inglobato in quel processo di medicalizzazione che ha reso la gestione di questi processi fisiologici uguale a quella dei processi patologici. Prescrizioni rigide e standardizzate uguali per tutti i bambini espropriano di fatto i genitori da competenze che per secoli, e ancora oggi in molte culture tradizionali, sono appartenute solo a loro. Il passaggio all’alimentazione con cibi solidi è infatti un fatto culturale, che cambia di paese in paese. Niente ci caratterizza più di quanto mangiamo e il mangiare può esser anche un ponte: tra madre, padre e bambino, ma anche tra persone di origini etniche diverse. Nella nostra cultura la parola svezzamento evoca qualcosa di spiacevole: . In realtà passare da una dieta esclusivamente lattea a una a base di altri cibi può e deve essere un piacere: il piacere di assaggiare, gustare e annusare che nasce dall’esplorazione e dalla scoperta da parte del bambino delle sue nuove competenze e capacità, che gli permettono di entrare in relazione con il mondo esterno. togliere il vezzo, togliere il piacere In un momento così delicato bambini e genitori meritano di essere sostenuti e incoraggiati ad essere protagonisti attivi e non passivi. Invece, spesso lo svezzamento è ridotto alla prescrizione su carta intestata di una ricetta di brodo vegetale standardizzata e prestampata, che viene consegnata ai genitori a una età che cambia a seconda del pediatra, ma per lo più ancora al 3° o 4° mese di vita, e nella quale frequentemente vengono inseriti cibi industriali (omogeneizzati, liofilizzati e formaggini) piuttosto che cibi preparati in casa. La creatività, la propria cultura di origine o il mettere in campo le proprie capacità culinarie, vengono completamente frustrate: il cibo deve essere preparato come si prepara una medicina e se quel cibo non piace, come una medicina i genitori si sentono obbligati a somministrarlo con le buone o con le cattive. Maria Montessori diceva che il bambino è un soggetto, non un oggetto, che chiede ai genitori, agli educatori e ai pediatri di togliere gli ostacoli al suo libero sviluppo. Il libro di Sara Honegger, coerentemente con questo principio, non ha la presunzione di dire ai genitori “come si fa”, ma promuove, sostiene e rafforza le loro competenze e quelle dei loro bambini in un processo di facilitazione e non di imposizione. Facendoci conoscere ricette di altre culture da proporre ai bambini più piccoli per aiutarli a conoscere e ad apprezzare cibi e sapori, favorisce l’autonomia e l’autostima. Non propone infatti un solo modello, ma tante esperienze di madri all’interno delle quali i genitori possono riconoscersi, trovando quella più vicina al loro sentire e al loro bambino. Ritengo che questo libro sarà di grande aiuto non soltanto ai genitori, ma anche agli educatori degli asili nido e a tutti quei pediatri attenti a promuovere la salute dei loro piccoli pazienti, come pure le competenze e la fiducia in se stessi dei loro genitori. Pediatra, Presidente del Centro Nascita Montessori Dott. Franco De Luca La cucina di mia madre Erediterò la cucina di mia madre, i suoi bicchieri, quelli alti e sottili, e quelli bassi e larghi, i suoi piatti, una brutta accozzaglia di pezzi scompagnati, tazze comprate in fretta in più occasioni, pentole arrugginite che non riesce a buttare via. “Non ti comprare niente proprio ora” dice “presto tutto questo sarà tuo”. Mia madre progetta un’altra fuga, per la prima volta verso il suo paese, verso la casa ricostruita che deve ammobiliare. A 69 anni è eccitata a ricominciare da zero. Per la nona volta. Non parla mai dei mobili che ha perso ogni volta che ha dovuto lasciare le sue case. Non sente alcun rimpianto per le cose, solo per la sua vite nel giardino arrampicata fino al graticcio sulla veranda. Cantava per far maturare i grappoli, cuciva sacchetti di cotone per proteggerli dalle api. So che non erediterò mai le piante di mia madre . 1 Note L’autrice è la curda Choman Hardi ( , Bloodaxe) e , a cura 1 Life for us La cucina di mia madre di Paola Splendore, si può leggere, come altre poesie, in Lo Straniero, n. 85 (Luglio 2007).