Due stelle della Loira. Fabio Rizzari All'interno della più estesa fase di crisi che riguarda il vino in generale, la macrotipologia dei vini dolci è in sofferenza ancora più marcata un po' ovunque nel mondo. È un'evidenza particolarmente triste, dal momento che i vini dolci costituiscono un ecosistema di straordinaria bellezza. Secoli di tradizioni rischiano di sparire nel giro di pochi decenni. In Italia prodotti unici per originalità e complessità – quali il Marsala, il Moscato d'Asti, la Vernaccia di Oristano, la Malvasia di Bosa, gli stessi Vin Santo toscani, solo per fare gli esempi più ovvi – sono ormai piccoli drappelli relegati in riserve protette, come specie in via di estinzione. Li apprezzano pochi appassionati illuminati, mentre il cosiddetto grande pubblico dei bevitori li ha dimenticati in qualche soffitta della memoria. Il loro contenuto zuccherino non aiuta, dato che per il crescente numero dei salutisti planetari tale sostanza si somma all'alcol, formando un insieme decisamente lontano dalle proprietà benefiche del tè matcha o delle bevande fermentate tanto di moda presso la generazione Z. In mesta attesa che il WWF dichiari qualche vino dolce estinto, le possibilità di scelta rimangono tuttavia ampie, in terra italiana e all'estero. Personalmente ho una passione pluridecennale per i Vouvray Moelleux, bianchi dolci prodotti nell'areale di Touraine, distretto riassorbito entro la vastissima Valle della Loira. Sono vini che nei casi più felici non temono il confronto con alcun altro prodotto simile, nemmeno con i celebrati Sauternes bordolesi o con gli iperuranici Eiswein e Trockenbeerenauslese tedeschi. Possono sfoggiare una densità interna del tutto comparabile, e la loro "luminosità" – quanto a freschezza acida e presa sapida al palato – può essere talvolta addirittura superiore. Fornendo qualche snella informazione di enografia, il Vouvray Moelleux è un bianco dolce da uve chenin blanc, e costituisce la terza variante tipologica locale dopo il Vouvray "secco" e il Vouvray Demi-sec.