"Cerco il vino". Roberto Bellini Dieci anni fa, riferendosi al millesimo, vide la luce il "Testo unico della vite e del vino", una legge conosciuta come "Testo unico del vino", i cui provvedimenti entrarono in vigore il primo mese dell'anno successivo. Per la prima volta, e questo fu molto enfatizzato, si affermò, tanto per farla breve, che il vino è un "patrimonio culturale nazionale". Queste tre parole dovevano, o forse devono, o, meglio ancora, dovranno assorbire tutto lo scibile che vi ruota intorno; uno scibile che spazia dalla sostenibilità sociale (da non confondere con viticoltura sostenibile), da quella economica (da non interpretare come aumento dei prezzi, però, dicendo questo, forse esco dal seminato), da quella produttiva (che non vuol dire ritornare a fare vino come nel Medioevo: per fortuna!). Infine, la legge 238 del 12 dicembre 2016 cita di tutela e di valorizzazione ambientale e culturale. Nelle variegate analiticità descrittive di questi indirizzi o direzionalità legislative si trovano inseriti tutti gli attori, anzi tutti ne sono coinvolti – e qualcuno forse non lo sa ancora – che operano all'interno di questa allungata filiera culturalmente produttiva che inizia dal pianto della vite e finisce nel calice, o meglio con il sorso di chi sorbisce il vino; anzi andrei oltre questo sorso, e affermo che ciò che chiude il ciclo è il racconto del sé stesso vino che si personalizza nelle parole che lo fanno conoscere attraverso l'attivazione di un pensare che, diventando pensato, lo fissa definitamente in una realtà culturale esternamente condivisa. Ognuno sta cercando di svolgere il proprio compito con i mezzi sempre più limitati che ha a disposizione, e i progressi che una buona parte di produttori di vino hanno conseguito sono già visibili. Non mi riferisco alla pregiatezza dell'essenza organolettica del loro vino ma allo spirito e al feeling emozionalmente culturale che lo anticipa e lo accompagna prima che si materializzi come vivo liquido nella bottiglia.