Wine of Silence. Armenia. Roberto Cipresso Bentrovati amici. Dopo avere attraversato il silenzio dell’Iran, oggi vorrei portarvi in un altro luogo del mondo antico, in una terra che non appartiene del tutto né al vecchio mondo che conosciamo, né al nuovo mondo che abbiamo imparato a inseguire. Esiste infatti un terzo polo dei vini affascinanti del pianeta, ed è quello che per molto tempo mi è mancato, finché non me ne sono perdutamente innamorato: Anatolia. Una parola sola, e dentro quella parola una profondità che non riguarda soltanto il vino, ma il tempo, la pietra, la memoria dell’uomo. Perché ci sono paesi nei quali la vite non sembra soltanto coltivata. Sembra custodita da una civiltà più antica del nostro stesso sguardo. L’Armenia, per me, è uno di questi luoghi. È una terra aspra, verticale, scavata dal freddo e dal vento, attraversata da una luce che non addolcisce mai davvero le cose. Eppure, dentro questa severità, il vino conserva una nobiltà sorprendente. È come se qui la vite, più che cercare il consenso, cercasse autorevolezza. Più che piacere subito, volesse durare. Quando ci si avvicina all’Armenia, ci si accorge presto che il vino non è un semplice prodotto agricolo, né un folklore da cartolina. È un residuo vivo di antichità. È un gesto che attraversa i millenni e continua a chiedere rispetto. In questa geografia il nome che ritorna più spesso è Arenì. Arenì è il nome di un paese, di un’uva e di un insediamento antichissimo. È una parola che tiene insieme il villaggio e il vitigno, la terra presente e una soglia remota della storia. Quando si dice Arenì, in fondo, non si indica solo un luogo. Si indica una continuità. Da una parte c’è Arenì-1, la grotta che ha restituito al mondo la più antica cantina conosciuta; dall’altra c’è il vino che oggi continua a nascere da quella stessa area come se il tempo, anziché interrompersi, avesse soltanto cambiato passo.