Chianti Classico tra stile e territorio Il Sangiovese e la sua zona di elezione, alla ricerca di una identità Per cominciare, grazie di cuore agli amici che hanno voluto partecipare, con la loro attenzione e le loro bottiglie, a questo cammino di scoperta e conoscenza del Chianti Classico. La nostra ambizione è quella di offrire un'esperienza, approfondita ma pur sempre nostra, consapevoli che il Chianti Classico è un territorio tanto grande, che una soluzione e un'idea, anche le più brillanti, non bastano a spiegarlo. Chi scrive non è uno specialista del territorio tra Firenze e Siena, ma piuttosto un osservatore appassionato, che ha seguito, attraverso i vini e gli uomini, le vicende chiantigiane di questi ultimi trent'anni, attirato com'era dall'essenza, dal comportamento del Sangiovese in rapporto alla terra che, più di tutte, ne ha mostrato pregi e limiti. "Il Sangiovese ci fa dannare l'anima!" si sente dire da produttori e consulenti: come giustificare tale affermazione a quelli che vedono il "Sangue di Giove" come il simbolo di un territorio? Non esiste una sola spiegazione diretta, è più giusto affidare la sua veridicità ad una serie di concause. Per saperne di più è necessario spendere qualche parola sulla recente trasformazione del Chianti Classico. La deriva qualitativa Il profilo del miglior Chianti Classico sulla soglia degli anni '60 era quello di un vino rosso dal colore rubino piuttosto brillante, per non dire trasparente, dai profumi aerei di fiori e frutti rossi, sotto i quali si percepiva una certa qual terrosità. Ma era la fragranza a far impazzire il consumatore, così che anche in bocca lo sviluppo poggiava su una struttura agile e sinuosa. Gli obiettivi di chi produceva non erano né la complessità né il potenziale di invecchiamento, anche se alcune bottiglie di Chianti Classico, o di Chianti Rufina, superavano di slancio i 15-20 anni di maturazione, facendo appello ad un equilibrio tanto fragile quanto stupefacente. Aprivi queste bottiglie con la convinzione di trovare un liquido derelitto e invece scaturiva un vino delicato ma ancora teso, ti chiedevi come potesse un rosso fatto con l'ausilio di due uve bianche, Trebbiano e Malvasia, reggere così bene, e allora pensavi che la prevalenza del Sangiovese e la piccola quota dell'altra uva nera, il Canaiolo, in fondo contavano di più. Mentre eri ormai "tranquillizzato" da questa convinzione arrivava qualcuno che ti diceva "Sono le altre uve nere che danno la marcia in più: il Colorino, la Malvasia Nera e qualche altra misconosciuta varietà autoctona". E imparavi subito che le teorie scientifiche, le pratiche radicate e le spiegazioni logiche si scontravano con la natura contraddittoria del Chianti Classico, e della sua varietà più rappresentativa, il Sangiovese. Il boom produttivo degli anni 50-60 è stato purtroppo accompagnato, e sostenuto, da una sorta di deriva qualitativa. Sotto accusa sono le scelte viticole di quel tempo, il cui effetto è vivo ancora oggi, riassunte nell'impoverimento, con cloni e porta innesti forti, e troppo produttivi, della natura nobile sia del Sangiovese sia degli altri vitigni; infatti non si possono paragonare gli storici ceppi autoctoni con le stesse varietà concesse dai vivai dal secondo dopoguerra in poi.