Il Barolo verso il destino dei migliori Tornare al Barolo sull'ultimo numero dell'anno è un'occasione preziosa, non solo per guardare alla zona con maggiore chiarezza di idee ma anche per fare un bilancio della nostra attività. Abbiamo iniziato con uno dei vini che sentiamo di più, e lo abbiamo fatto con il trasporto che distingue l'innamorato dal semplice osservatore. Ora, ad un anno di distanza, possiamo dirci convinti che il Nebbiolo, e la sua emanazione più nobile, siano capaci di regalare emozioni difficili da dimenticare: l'essere porthosiani però ci ha consentito di far maturare il nostro amore, lo ha reso più forte e in grado di guardare al di là di una preziosa infatuazione. Per questo vogliamo approfondire tutto quello che l'ultima lunga stagione di assaggi, conoscenze e confronti ci ha donato. Se il pezzo del primo numero aveva un tono da racconto questo vuole essere più schematico, vogliamo riassumere alcuni dei punti già trattati allora, che si riferivano alla storia del Barolo, e aggiungere gli elementi che aiutano a capire meglio quanto sia unico il patrimonio di diversità contenuto in questo vino. Eccolo dunque il primo tasto da toccare, la diversità, partiamo da qui senza l'ambizione di voler risolvere tutto ma anche senza paura di bruciarci le dita, sarà forse un po' di incoscienza, è che ci sentiamo trascinati dagli assaggi, da come le bottiglie in commercio riescono a comunicare, molto più di quanto non possa fare il miglior marketing delle aziende. DIVERSITÀ Il Nebbiolo è uno dei pochi vitigni al mondo che riesce a trasferire nitidi gli aspetti del territorio, arrivando a delineare con grande precisione l'origine, anche se questa appartiene ad un piccolo terreno. Non è però così semplice da ottenere, o meglio, per farlo è necessario che l'uva raggiunga sin dalla maturazione un equilibrio tanto fragile quanto basilare. Quello che accade è una sintesi graduale tra gli aromi varietali del vitigno e gli elementi minerali del luogo: il percorso che l'uva fa è delicato e diverso ogni anno. Se la resa per pianta è troppo alta abbiamo una perdita del carattere del vitigno ed è difficile che la terra ed il clima riescano a dare profondità alla loro impronta; se invece la resa è troppo ridotta il pericolo è di schiacciare con una carica polifenolica elevata - estratti, tannini, colore - gli aspetti sottili e intriganti che danno vita ad una vera diversità. C'è poi l'alcol, considerato un grande conduttore di sensazioni: se la natura ne ha concesso poco il vino risulta freddo, incapace di condividere; se per innalzare il grado si usano fortificazioni con mosto concentrato (autorizzato) o zucchero (vietato) c'è il rischio che anche un piccolo, ma prezioso, equilibrio venga sbilanciato. Quando invece l'alcol è molto elevato per natura, grazie a rese troppo basse, corriamo di nuovo il rischio di soffocare la ricercatezza e l'imprevedibilità: avremo di sicuro un vinone, ma sarà incapace di destare un vivo interesse. Da questo si capisce che osservare, provare, saper ascoltare cosa trasmettono terra e vitigno, sono più importanti di qualsiasi consulenza, anche la più pagata e celebre.