Il Barbaresco, un fratello comodo Qualcuno lo chiama complesso di inferiorità, per qualcun altro è una oggettiva differenza qualitativa del territorio, altri ancora sottolineano la natura giovanile del vino, "la storia, dicono, non ha ancora completato la costruzione della sua fisionomia e dunque è inutile inseguire il fratello più celebre, per ora è uno sforzo vano". Il Barbaresco è forse, invece e più banalmente, solo diverso. Contrapporlo al Barolo, metterlo in continua competizione - "vedi che non è così lungo, senti che non ha abbastanza profondità, guarda come non riesce…" - significa perdere di vista la natura di un vino raffinatissimo, suggestivo e solamente meno esuberante dell'altro, ma non per questo privo della medesima classe. Monelli scriveva: "Il Barbaresco: chi ha detto che è effeminato, arrotondato? Se mai, è guanto di velluto con dentro un pugno di ferro; ha la generosità dei forti, e penetra nel cuore col passo del buon guerriero". Addirittura potremmo dare al Barbaresco e ad Angelo Gaja, uno dei suoi interpreti più moderni e storicizzati, il merito di aver tenuto desta l'attenzione dell'appassionato quando la moda del bianco lieve e dissetante faceva apparire i grandi rossi solo liquidi ingombranti. E' di quel periodo una nitida quanto coinvolgente istantanea offerta da un produttore di entrambi i vini e che quindi non corre rischi di partigianeria: "Il Barbaresco è il vino delle migliori serate della tua vita, tutte le più importanti, non ti tradirà mai; ma per l'ultima, l'ultima notte della tua esistenza, ci vuole un Barolo". Doveva pensarla così il generale Melas che il 4 novembre del 1799 guidò gli austriaci contro i francesi nella vittoriosa battaglia di Genola (poco vicino a Cuneo) e che chiese alle persone di Barbaresco alcune carrate (le barrique dell'epoca) di vino indigeno. Per andare al di là di queste descrizioni emozionali e preziose, disegniamo il profilo del Barbaresco tenendo conto che i tre comuni - e le relative lunghe colline - quello omonimo, Neive e Treiso, offrono spunti espressivi inconfondibili. L'uva di partenza è il Nebbiolo, ed è possibile, come nel Barolo, utilizzare le tre sottovarietà: Lampia, la più diffusa, Michet e Rosé. E' di questi ultimi anni il rinnovato interesse di alcuni produttori verso le ultime due sottovarietà, che sono state un po' dimenticate da chi ha privilegiato la maggiore regolarità e la capacità di difendersi della più produttiva Lampia. A guardar bene nei vigneti si capisce che con un'ottima Lampia, attaccata ad un portainnesto medio-debole, accanto ad alcuni filari di Michet si può fare un Barbaresco di gran livello, anche se qualche nostalgico di fine 1800 sostiene che la Rosé di Treiso darebbe una lievità magica ai profumi del vino finito. Tutto questo c'è nelle considerazioni del primo direttore della regia scuola enologica di Alba, Domizio Cavazza, a ragione considerato il padre del Barbaresco moderno. Cavazza aveva compreso che fare il Barbaresco seguendo il sistema della fermentazione "totale", quella in cui tutti gli zuccheri vengono consumati, proprio come si faceva con il Barolo, donava un prodotto con una identità territoriale specifica e facilmente distinguibile. La maggiore furbizia dei produttori del Barolo portò sovente a miscelare le uve della vicina zona per dare alla naturale austerità del proprio vino un tono più imprevedibile. Per questo Cavazza si diede da fare presto per creare una Cantina Sociale, la prima di tutto il Piemonte, e un regolamento che tutelasse gli interessi dei viticoltori del Barbaresco.