E così - finalmente! dirà qualcuno - affrontiamo su Porthos la produzione di vini da uve bordolesi in Italia. Produzione che in molte zone è stata negli ultimi quindici anni la spina dorsale del "rinnovamento enologico", e che ha con ogni probabilità cambiato il concetto stesso del fare e del consumare vino nel nostro Paese. E nell'occuparci di questo imponente esercito di vini dai nomi spesso fantasiosi, ci siamo comunque posti il problema della scelta; è importante sottolinearlo subito, perché già immaginiamo il lettore precipitarsi a ricercare il Cabernet o il Merlot di grido, e rimanere poi stupito o deluso nel non ritrovarlo nemmeno menzionato. Vi diciamo subito, quindi, che non siamo certo andati a scovare tutti i bordolesi oggi di moda per metterli uno contro l'altro e stabilire quale fosse il più ricco o il più austero: ci siamo piuttosto preoccupati, come sempre, di dare un senso preciso alla degustazione. Qual è oggi il senso del taglio bordolese in Italia? Esiste davvero una specificità italiana che rende importanti, significativi, insostituibili questi vini, senza farne delle copie di pari tipologia francesi, quando va bene, o californiani?