La verticale TORGIANO RUBESCO RISERVA VIGNA MONTICCHIO LUNGAROTTI Verso la metà degli anni ottanta acquistai presso un bar della mia regione ( la verde Umbria, naturalmente) una bottiglia di Rubesco (normale, né riserva né altro…) del 1971. Ero stato invitato a cena da amici e non potevo presentarmi a mani vuote. La bottiglia proveniva da uno scaffale accanto al bancone del bar e lì aveva riposato per una decina d'anni; il vino ne aveva quindici ed era eccellente. Insomma, avevo pagato poche migliaia di lire un vino di quindici anni, conservato per lungo tempo in un luogo che lo aveva esposto a fattori ambientali proibitivi per la conservazione (luce, calore,etc.) ricavando da tutto ciò sensazioni e indicazioni di grande interesse oltre alla riconoscenza dei miei commensali. C'è da dire che il Rubesco è stato per decenni il vino di riferimento della mia regione, il vino umbro che iniziava ad apparire con una certa importanza sulle tavole dei buoni ristoranti a contendersi lo "spazio enoico" con i più famosi toscani; di Barolo e Cabernet ancora nemmeno se ne parlava. Si tratta di un prodotto il cui peso è stato sempre testimoniato dall'imponenza delle esportazioni –assieme, forse, solamente all' Orvieto, nella nostra zona – ma capace di raggiungere punte qualitative che, tra l'altro, verranno clamorosamente rivelate anche dalla nostra degustazione. Come spesso accade nel nostro amato paese, tutte queste qualità sono state sempre più apprezzate all'estero che in Italia, anzi, il nostro caro Torgiano sembra essere da anni relegato in chissà quale cantuccio dalla critica di casa nostra e privato della considerazione che meriterebbe. Considerazione che naturalmente non sfugge alla critica estera, dal momento che il Rubesco nelle sue versioni "Riserva" e "Vigna Monticchio"(così denominato dal 1971) spunta quotazioni molto alte nelle varie aste internazionali. In ogni modo bisogna precisare che il vino in questione esprime dei caratteri e delle peculiarità veramente uniche nel nostro panorama enologico, tra l'altro non mi sembra certo il tipo di prodotto che può andare a braccetto con il trend gustativo odierno, non è un vino moderno, insomma. giovanni bietti orpelli foto di costantino gabardi