Editoriale MAURIZIO DODET HA 42 ANNI, È MEDICO PSICHIATRA, DIDATTA DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI TERAPIA COGNITIVA COMPORTAMENTALE A ROMA. Si fa un gran parlare di classifiche, di categorie, di riconoscimenti, di come nell'ambito enogastronomico si siano raggiunti gli stessi livelli di tensione verso i premi che si sono avuti in altri campi come la letteratura ed il cinema, nei quali esistono i libri e i film "da mostra" e quelli "da consumo". Abbiamo provato a spiegare, sin dall'uscita del terzo numero di Porthos, i metodi e i criteri con cui facciamo le nostre valutazioni qualitative, sottolineando come il vino e il cibo per loro natura sfuggono a facili categorie. Dopo l'editoriale del sesto numero, dedicato al consumatore appassionato, è cresciuta ancora più forte l'esigenza di capire se la psicologia ha provato mai a spiegare questa ansia di classificare tutto, scaturita e manifestatasi tra il '700 e l'800 - basti ricordare la classificazione dei Cru di Bordeaux - e diventata così impellente durante l'ultimo secolo. Abbiamo perciò intervistato Maurizio Dodet e di questo colloquio vi riportiamo i passaggi più importanti: da quella che poteva essere una accurata ricognizione siamo passati ad un appassionante percorso di scoperta della conoscenza e dei suoi modelli ispiratori. E' un naturale bisogno dell'uomo catalogare, fare classifiche. Costruire categorie significa da sempre percepire la realtà e averla sotto controllo. Riporre in cassetti definiti ciò che osserviamo, ordinarlo, significa conoscere e poter descrivere. Ovviamente ci sono fenomeni più aritmetici che possono essere osservati e catalogati senza nessun filtro, mentre un ambito più complesso come quello delle emozioni ha bisogno di qualcosa di più di una semplice griglia. Si possono dunque catalogare le emozioni? Credo di sì, penso che per certi versi sia indispensabile, e questo lo dico anche in considerazione del mestiere che faccio. Il punto fondamentale è passare dalla descrizione di un'emozione alla spiegazione di ciò che ci accade intorno. Il mio lavoro è vedere quali sono le variabili individuali di un'emozione, di come la persona la organizza, la attribuisce a sé e la fa diventare parte di sé. Ciò che permette ad una semplice classificazione/descrizione di non rimanere una fredda osservazione ma di tramutarsi in spiegazione è proprio l'aspetto individuale. In altre parole non possiamo non prescindere da un modello se vogliamo avvicinarci a un fenomeno, se vogliamo farlo nostro. Il Primus Movens è proprio questo. Ciò che potrebbe impedire, limitare, una crescita culturale è accontentarsi delle maglie strette che una catalogazione molto didascalica - e molto rassicurante - generalmente impone. Ci vuole una catalogazione a "maglie larghe". Ebbene sì, sembra semplice ma forse è la parte più bella e più impegnativa da ottenere. Si parte innanzitutto da come la cultura viene comunicata. Chi ha qualcosa da dire, da raccontare, pensiamo a lei che parla di vino alle persone, se vuole essere veramente efficace non può non offrire dei modelli, delle categorie a cui riferirsi. Non bisogna essere nozionistici, ma invitare le persone a valutare la coerenza delle scelte che si sono fatte. Chi è interessato ad un argomento ha già alcune nozioni ed altre le imparerà per conto proprio, ciò che conta è aiutarlo a crearsi un modo di procedere. Come si arriva a questo? Mettendo in gioco se stessi. Facciamo un esempio letterario. Mentre racconto una pagina di Calvino avrò davanti alcune persone che possono non apprezzarla, ma ciò che mi interessa è fargli comprendere come sono arrivato ad amarla, farli partecipi della mia storia ed offrirgli punti di riferimento. E può funzionare anche nella comunicazione del vino e del cibo, ambiti nei quali non solo il senso estetico è importantissimo, ma anche la maggiore sensibilità di una persona può essere riconosciuta come un valore inestimabile. Quanto conta la capacità affabulatoria di chi comunica? Il fatto che un professore di letteratura imponga il suo piacere di quella pagina funziona solo su chi non ha una vera intenzione culturale. Il credito di chi trasmette cultura si misura sulla sua capacità di mettere in gioco se stesso, e non solo sul suo essere trascinante o il suo modo di partecipare ciò che sa. Certo esistono persone, quotidiani, riviste, periodici, che sanno "acchiappare" di più, ma alla fine il concetto di carisma è aver trasmesso il nostro percorso di conoscenza.