Incontro con Edoardo Valentini Il mio primo pensiero è stato per Francesco. Sin dall'annuncio dell'incontro con Edoardo Valentini, fatto sulla rivista di settembre, ho continuato a pensare a quando avrei incontrato Francesco, il figlio. Essere figli di persone dotate di tali intensità e padronanza della propria vita non è per niente facile, io lo so bene. Era naturale "preoccuparsi" di Francesco, "cazzo - mi dicevo - avrei potuto scrivere 'Incontro con Edoardo e Francesco Valentini'", mi rodeva il fatto che mi fosse sfuggito, sarebbe stata una di quelle piccole grandi rivincite, sorta di catarsi, che inseguiamo per tutta la vita. Cosa aspettarsi da Francesco? Il figlio succube e viziato, impaurito, incapace di esserci veramente? Oppure il figlio sordamente infuriato con il padre colpevole di essere così famoso? Il mondo è pieno di padri invadenti - ricordo Vittorio Vallarino Gancia che scaraventa il figlio giù dal palco della Convention dei vini piemontesi del '93 solo perché era emozionato - e l'aura che circonda Edoardo Valentini può generare leggende di ogni tipo. Invece, talvolta, accade che il figlio sappia diventare complice del padre, che alla fine riesca ad occupare quello spazio generazionale il più delle volte schiacciato dalla prolungata ambizione del padre e condita con le aspettative di quest'ultimo per il nipote, lui solo veramente degno dell'eredità. Francesco mi ha tranquillizzato subito; dolce ed autorevole mi ha lasciato senza parole: "Siamo una cosa sola - ha detto al telefono - non è importante il nome che mettete, conta solo che veniate qui da noi". E' impossibile non considerare, nel calcolo della stima per Edoardo Valentini, quello che è stato scritto finora su di lui, i suoi vini straordinari e passionali, espressione pura dell'uomo nel triangolo virtuoso che lo vede coadiutore del vitigno e del territorio; come si fa a non considerare quel poco che è trapelato dalle sue rarissime interviste - coltiva la sua assenza, avrebbe detto Mogol - ma questi aspetti assumono una forma diversa se pensiamo a cosa è riuscito a costruire con Francesco. Gli ha permesso di custodire il nostro incontro, lo ha fatto partecipe senza che il suo unico figlio si sentisse costretto a dire una battuta, ci ha donato la certezza che aspettavamo: quello che c'è nella loro stanza di lavoro, la luce particolarissima, il gusto per i dettagli apparentemente casuali, ciò che palpita in cantina, quello che li circonda di ulivi e vigneti, la fiducia per l'istinto, tutto è reale patrimonio di entrambi, conquista quotidiana di equilibrio dei contrari. Questo è il punto di partenza del nostro giorno a Loreto Aprutino.