La Ciurma non è sola Un bilancio delle due manifestazioni vinicole di Merano e di Torino Proprio così: amiamo i paradossi, e se nel pezzo d'apertura di questo numero abbiamo orgogliosamente affermato di non sentirci meno soli nonostante i nuovi segnali che manda il mondo del vino italiano, vi diciamo qui che al tempo stesso ci sentiamo sempre più vicini al consumatore ed al vero appassionato, come ci hanno dimostrato le due Fiere (o meglio, è bene essere precisi, Festival e Saloni) organizzate quasi contemporaneamente a Merano e a Torino. Siamo partiti alla volta di Merano carichi d'entusiasmo, desiderosi di un confronto diretto con i nostri lettori, con i quali spesso abbiamo solo un rapporto elettronico via e-mail; ma insieme all'entusiasmo, insieme all'innegabile desiderio di assaggiare vini di consolidata qualità e magari di scoprire qualche produttore nuovo e stravagante, c'era il sospetto di sentirsi non in sintonia con la cultura che si sta diffondendo nel mondo del vino, e il timore di non essere capiti: proprio in questo momento in cui siamo tutti un po' travolti dall'uscita delle varie Guide, nuove e meno nuove, ci accorgiamo ogni volta che i nostri gusti sul vino sono molto diversi. Ma soprattutto, la paura maggiore è quella dell'incomprensione, di quanto siano condivisi e capiti i discorsi che da tempo facciamo, le idee che cerchiamo di rivendicare e diffondere. E' inutile negarlo, incontriamo sia pesanti disaccordi (è importante che ci siano pareri contrari, ma non conditi di volgarità e della minaccia di un nostro futuro fallimento!), sia persone che ci dicono francamente di non capire quale cultura del vino la rivista vuole comunicare. Eppure, fin dall'Editoriale del primo numero pensiamo di avere espresso con chiarezza la nostra vena di ribellione verso i furbi cambiamenti, i facili progressi del vino; una vena ribadita con forza nel corso di questi due anni di pubblicazioni. Dunque accanto all'entusiasmo c'era un po' di paura di trovarsi davanti tante persone, per lo più consumatori, ipnotizzati dai vini "frutto" di ricette enologiche e strategie di marketing, falsi miti lanciati sul mercato. Ma non è stato così: ed ecco che la Ciurma non si è sentita sola. Nei tre giorni di Merano troppi sono stati i complimenti (abbastanza gli abbonamenti!) e grande la ricerca da parte dei consumatori di chiarimenti e consigli; lo stand di Porthos è diventato, nel suo piccolo, una sorta di "Pronto soccorso", un centro di conforto per appassionati e consumatori traditi dal mercato, stanchi dell'uniformità produttiva, desiderosi di verità, diversità, cioè di pura espressione territoriale. La Ciurma si è messa a diretto contatto con i consumatori e con i produttori, facendo addirittura passare in secondo piano gli assaggi utili per un "monitoraggio" della produzione italiana. Di necessità virtù, per essere sinceri, anche perché non si può gestire uno stand e degustare allo stesso tempo; ma a dire la verità qualcosa lo abbiamo assaggiato, e vi diciamo che abbiamo ancora molte perplessità sul percorso di qualità del vino italiano, cosa curiosa se si considera l'alto standard qualitativo che il Festival di Merano ogni anno ricerca attraverso l'attenta selezione dei produttori. Qualche suggerimento al lettore vogliamo comunque darlo, parlando in rapida successione di qualcuno tra i vini che più ci hanno colpito; di altri ci occuperemo ben presto in servizi specifici, e quindi non ve li anticipiamo. Cominceremo da due vini "porthosiani" che amiamo particolarmente, nei quali il terroir (vulcanico) risalta in modo eccezionale: un grande Canneto '98 di D'Angelo ed un nuovo Etna rosso di Benanti, il Serra della Contessa '98, da vigne centenarie su piede franco. Notevole, considerando l'annata tutt'altro che esaltante, il Barolo Brunate-Le Coste '97 di Beppe Rinaldi, così come ci sono piaciuti i Barolo '97 di Brovia. I Produttori del Barbaresco hanno presentato in anteprima un Pajé '97 che si annuncia come una vera rivelazione, poiché l'acidità tipica del vigneto riesce a contrastare in modo affascinante la maturità e la grassezza dell'annata calda. Tra i toscani abbiamo apprezzato il Vigna del Cavaliere '98 di Satta, il Nobile di Montepulciano "base" '99 di Poliziano ed il Brunello Riserva '95 Poggio di Sotto, tre Sangiovese che non cercano di impressionare a tutti i costi e che mantengono una bevibilità fuori dal comune. Passando a zone meno celebri, vi segnaliamo un bel Gutturnio Riserva '97 di Romagnoli ed uno splendido Carignano Rocca Rubia Riserva '98 di Santadi, forse il migliore di sempre ed in più offerto ad un prezzo incoraggiante. Planeta ha realizzato un Santa Cecilia '99 completamente diverso dai precedenti, finalmente tratto da solo Nero D'Avola (50% di Noto, 50% di Sambuca), duro, difficile e davvero promettente anche se un po' segnato dal legno; i vitigni internazionali dello stesso produttore sono invece impeccabili, ma proprio non riescono a coinvolgerci. Ci piace infine dare risalto all'importante segnale di un'azienda storica: le ultime annate, ancora in affinamento, del Venegazzù Capo di Stato di Loredan Gasparini sembrano finalmente avvicinarsi ad un livello qualitativo degno del lontano passato di questo vino. La più grande scoperta resta comunque quella di un piccolo produttore austriaco che fa vini originali e personalissimi, e del quale vi promettiamo di occuparci al più presto in modo approfondito. Il nome? Top secret per adesso, anche perché i suoi vini nel nostro paese non ci sono. corso