Il viaggiatore LE ETICHETTE RACCONTANO Il corsivo è mio, ma così recita un minuscolo biglietto, che una volta al mese trovo nella cassetta della posta. E' un'esigenza sentita da molti, questo svuotamento forzoso, perché la febbre dell'acquisto ci porta a riempire le case di oggetti inutili e meno inutili, che non ci lasciano spazio. La cantina di Lilliput, ultimo sfogo di una casa piccina picciò, straripa infatti di bottiglie vuote, ammassate in sacchetti di plastica. Divise per gruppi omogenei, renane con renane, borgognone con borgognone, varie con varie, aspettano che si compia il loro destino di contenitori vuoti, corpi senz'anima in cerca di resurrezione Quando i sacchetti occupano completamente lo spazio a terra, è tempo di sgomberare. Adesso i sacchetti sono sette: moltiplicando per le bottiglie fanno due anni di bevute, suppergiù. I vicini penseranno che a Lilliput si beve assai, la realtà è che si sgombera di rado, questione di punti di vista. Da mesi aspetto zio Nico per portarle al circolo della Pigna, noto covo di spacciatori di vino sfuso e bevitori da competizione. Mi ci portò un sabato e svuotammo bottiglie di riesling e di bonarda come la Fiuggi, innaffiando salame, formaggio e pane nero. Finito il pane, arrivò il lardo, che stendemmo sulla colomba avanzata. Ma ora Zio Nico ha sempre da fare, circondato com'è da donne di ogni età, se aspetto lui i sacchetti diventano trenta. Di portarle ad Acetone non se ne parla, la legge è inflessibile, severa, forse giusta, riassunta per il volgo in un cartello affisso alle pareti dell'enoteca: si avvisa la spettabile clientela (dovreste vederla, certa spettabile clientela, prima di scrivere i cartelli…) che per legge non è più possibile ritirare i vuoti. Allora ce li teniamo, anzi no, li infiliamo nel bidone verde, che elegantemente chiamano campana. E' divertente, il rumore di vetri rotti mi affascina, ha un che di trasgressivo e per di più è reale, le bottiglie si rompono davvero. La finalità inoltre è sacra agli dei dell'ecologia, si ricicla e non si butta via nulla, come col porco, nostra grufolante divinità. L'effetto ultimo è arricchire un privato, quello che passa e svuota i bidoni, ma il Comune e l'azienda rifiuti ogni tanto mi dicono grazie, indiranno una gara tra quartieri, si vince un soggiorno a Scarpino, la Disneyland delle discariche. Vinceranno i quartieri ricchi, che bevono per il gusto, o i quartieri poveri, che bevono per dimenticare? Infine esco di casa, coi sacchetti appesi alle mani e tintinnando come un monatto. Vicino al bidone occhieggio una ragazza, anche lei ricicla senza risparmio, i vetri spariscono inghiottiti dall'avida bocca del bidone. Ci guatiamo in silenzio, ma il compito ci assorbe profondamente, l'avvenire del pianeta è nei nostri cocci di bottiglia, quaggiù in cima alla muraglia. La bottiglia percorre uno spazio limitato, una stretta parabola ascendente fino alla bocca del bidone, poi cola a picco e sparisce alla vista, ma lascia qualcosa nella memoria, un brandello di carta perlopiù adesiva, l'etichetta, fatica e lavoro di grafici, imbonitori ed artisti vari. Mentre io medito e cogito, la ragazza finisce e se ne va, non la incontrerò mai più. Si sgombrano cantine, sgabuzzini, magazzini e dispense. Tra le renane, sacchetto numero uno, le prime ad infrangersi sul fondo della campana sono quelle portatemi dal Conte, roba da supermercato ma bevibili. All'epoca aveva trovato una donna in Alsazia e ci viziava col Gewürztraminer, per qualcuno arrivava pure la birra di Natale. Talvolta sento la mancanza del Conte e delle sue sparate, le sue sicurezze roboanti e le sue debolezze scricchiolanti, timido rodomonte del millennio che fu. Il sacchetto sta per svuotarsi del tutto, quand'ecco spuntare un vetro ambrato e misterioso, il verdicchio dei miracoli. Esito a lasciar andare l'elegante e slanciata bottiglia, la giro e la rigiro; l'etichetta racconta di muffa nobile e di una collina fatata, io fiuto speranzoso, ma di botritys non c'è più traccia, tutta bevuta, in ossequio al carpe diem ed al tempus che fugit, beato lui che può. Rivedo, qui e ora sul marciapiede, le sinuose circostanze dell'acquisto, tra le brume che avvolgevano le colline marchigiane. Sax ci guidò sgommando fra stradine fangose e paesini sonnacchiosi, le solite scorciatoie che raddoppiano il tempo e lo spazio. Rossella, in combutta con l'autista, scialacquò benzina da par suo, rombando giuliva sui dolci pendii. I produttori avevano appena vinto non so quali premi con il loro pezzo forte, il verdicchio baciato dalla sacra muffa, e la cantina li esibiva senza pudore, accanto alle foto di Guccini, cliente affezionato, e due pc nuovi di trinca. A forza di chiacchierare, mi sciroppai la storia dei fornai diventati vignaioli; strano, pensai, che non abbiano già girato un film con Pupi Avati: "Pane, amore e Botritys". Finiti i convenevoli passammo alle bottiglie, che Sax aveva saggiamente prenotato: due casse, come per lo champagne.