Lo sguardo di gianmarco OSSERVATORIO SU DOC E DOCG EMERGENTI, CONSOLIDATE O QUASI DIMENTICATE CARMIGNANO: DA UNA DOC STORICA, UNA DOCG DIMENTICATA L'area di produzione del Carmignano è in provincia di Prato. E' ottenuto con una prevalenza di sangiovese (almeno il 50%), percentuali inferiori di cabernet (dal 10 al 20%), canaiolo nero (fino al 20%) e, ahimé, un 10% di altri vitigni a bacca rossa con la possibilità di aggiunta di uve a bacca bianca sino ad un 20%. Come tutta l'Italia, è una zona ricca di storia antica: se si dà uno sguardo ai documenti a disposizione emerge il dato ricorrente della presenza etrusca negli anni prima di Cristo. Alcuni scrittori, già dopo il mille, decantano le grandi qualità del vino di Carmignano, dati affascinanti, ma che ormai sono diventati un manifesto storico valido un po' per tutte le zone del nostro paese. Con questo non voglio dire che la storia non c'interessa, è fondamentale per creare una base d'esperienza che noi chiamiamo tradizione. Infatti, ciò che mi ha colpito di Carmignano è la reale importanza storica e la continuità nel seguire un percorso di qualità iniziato realmente nel 1716, ad opera di un appassionato di vino e, già all'epoca, sperimentatore: il granduca Cosimo III de' Medici. All'interno di un'area delimitata da un muro di cinta ancora visibile, chiamata Barco Reale, con un decreto egli disciplinò la coltivazione dell'uva secondo tecniche oggi tanto seguite: sesti d'impianto ad alte densità, metodi d'allevamento poco produttivi e coltivazione in via sperimentale di varietà importate dalla Francia, soprattutto cabernet sauvignon, franc e merlot. Sono convinto che il granduca Cosimo non abbia scelto a caso questa zona. Ecco perché, colpito dal recente passato, sono andato sul posto al vaglio della nuova produzione e di interessanti curiosità. Se si arriva dalla statale per Firenze, ci si trova a percorrere un ponticello, largo poco più di una macchina. È tale e quale a quando fu costruito, trent'anni fa, dal ciclista Bitossi per evitare di farsi "traghettare" con la bicicletta sull'altra sponda ogniqualvolta faceva gli allenamenti. Questo particolare del ponte mi ha dato l'idea che Carmignano per molti anni sia rimasta, contro o per sua volontà, isolata, dimenticata nella sua storia e tradizione. Ciò, sicuramente, si deve al fatto che, dai primi del Novecento alla metà degli anni settanta, il Carmignano scompariva, inglobato nella più ampia, e meno caratterizzata, zona del Chianti Montalbano. Dopo varie domande ho saputo che nel 1928 un decreto del Duce metteva al bando i particolarismi e aboliva le sottozone, per mostrare al mondo tutto ciò che era grande e produttivo in Patria. Grazie all'impegno del conte Contini Bonacossi, dell'ingegner Cianchi e del sindaco Lenzi, questo vino riappare all'interno della sua zona ristretta, conquistando la Doc nel 1975. Ci sono anche altri motivi, legati alla scarsa qualità, che hanno oscurato quest'area della Toscana, derivati dalle politiche agricole del dopoguerra, finalizzate alla produzione di quantità: sesti d'impianto larghi per favorire il passaggio dei trattori Fiat, allevamento a palmetta per raggiungere produzioni sino a dieci chili per pianta. Comunque neanche l'arrivo della Docg nel 1990 ha concesso notorietà e successo sul mercato. A conferma, nella cartina stilizzata della Toscana, su un numero recente di Winespectator, manca un qualsiasi riferimento alla zona e al vino di Carmignano, eppure il loro inviato per il territorio toscano, James Suckling, vive da anni in zona. Ecco perché oltre ad essere la più piccola d'Italia, circa 200 ettari, è anche la Docg meno famosa e più dimenticata, costretta a rivolgersi ai mercati giapponesi e svedesi, subito interessati a comprare vini toscani a prezzi accettabili. Perché tanto disinteresse per il vino di Carmignano, anche oggi che vanno tanto di moda i vitigni francesi e le zone ristrette? La risposta è da ricercare in un classico "paradosso italiano": il ricercare altrove qualcosa che si ha sotto il naso, che non si tiene in considerazione perché il marketing non lo spinge a dovere; o anche il tentativo di riprodurre in altri posti quello che si ha già da secoli nelle zone d'origine, con maggiori sforzi e peggiori risultati. Ma a noi porthosiani non interessa, andiamo alla ricerca di emozioni e curiosità da raccontare. Ciò che qui in pochi giorni di permanenza ho trovato. Il paesaggio è tipicamente toscano nel suo andamento collinare, è ricco di boschi, ulivi e in quantità minore di vigneti, spesso contornati da muri di pietra serena, con la quale fu costruita l'antica Firenze, di cui sono ricchi questi terreni, insieme ad arenaria, quarzi e galestro. In questo paesaggio c'è un pedoclima particolare, complice delle maturazioni equilibrate che donano al sangiovese grande eleganza, al cabernet tannini levigati e assenza di note erbacee pungenti, la firma del terroir di Carmignano. Ciò grazie alla presenza degli Appennini, che proteggono dai venti freddi, e ad una maggiore precipitazione nel periodo estivo, importante per l'assunzione del potassio nella fase iniziale della maturazione e invaiatura. Inoltre, le colline del Carmignano, opposte alla catena appenninica, risentono positivamente di un'inversione termica, flussi d'aria calda che risalgono dalla pianura verso la collina. Ma insieme a questi presupposti storico-territoriali, idonei per il raggiungimento della qualità e del successo, ci sono elementi che non convincono appieno.