Invece no E venne l'ora dei vitigni autoctoni. Questo è il segnale che si capta nel mondo del vino in questi ultimi mesi: esaurita la passione per Cabernet e Chardonnay, lasciata velocemente alle spalle la passeggera infatuazione per gli incantatori Merlot e Syrah, per l'opulenza ed il gusto vanigliato, è il momento di completare il cerchio, di arrivare finalmente all'affermazione del vastissimo patrimonio indigeno della nostra viticoltura. Interviste a "grandi vecchi" del vino italiano, premi - per la prima volta - a produttori che hanno fatto la storia di alcune nostre grandi uve come il Verdicchio ed il Nebbiolo (premi arrivati forse nell'annata sbagliata, ma non importa), proclami contro la barrique e contro il gusto "omologato" dei vini, inviti a tornare all'autoctono, al genuino, al tradizionale, forti di una conquistata tecnica, di una consolidata esperienza nella ricerca della qualità. Finalmente quelli di Porthos si sentiranno meno soli, penserà il lettore (quello più fedele, perché altri penseranno forse che finalmente la smetteremo di rompere le scatole); finalmente alcune idee non saranno più considerate "scomode", alcuni nomi e vini potranno infine essere compresi nella loro reale prospettiva storica e territoriale. Invece no. Abbiamo riletto editoriali, articoli, interviste, dichiarazioni uscite sulla stampa da quando abbiamo cominciato le nostre pubblicazioni, e vogliamo dirvi che non ci sentiamo meno soli. Per dirla tutta, abbiamo l'impressione che i segnali percepiti e sommariamente descritti rischino di non essere altro che le avvisaglie di una nuova ondata di fumo negli occhi, di un tentativo puro e semplice di continuare a cavalcare la Tigre del successo che oggi investe il mondo del vino. Il punto è che un certo disagio, soprattutto nei consumatori, è oggi vivo e palpabile: al nostro stand di Merano e di Torino la maggior parte degli appassionati si avvicinava chiedendo disperatamente consigli per assaggiare un vino un po' diverso dagli altri; qualcuno è arrivato addirittura a chiederci quali erano i vini "non barricati" della Fiera, "per rifarsi un po' la bocca"! Un segnale di rigetto che, se un anno fa poteva sembrare strisciante, sotterraneo, oggi comincia a mostrarsi sempre più forte: ed è proprio questo tipo di segnali che il marketing moderno cerca di captare e di assecondare. Ci è capitato ad esempio, nelle due Fiere menzionate, di assaggiare un numero sorprendente di bianchi prodotti con macerazione delle uve, con una deliberata ricerca di "non-limpidezza" e di "non-fruttosità". Vini che, se da una parte sembrano mostrare un tentativo di percorrere vie nuove e meno prevedibili sulle orme di produttori forse con troppa fretta "scomunicati", d'altra parte offrono un rimedio peggiore del male, e finiscono, proprio come i vini Internazionali, per riproporre tale e quale un modulo produttivo sperimentato con passione da qualche solitario ed ostinato vignaiolo. Non è il vitigno autoctono in sé, non è l'uso o meno del rovere francese a fare un vino grande, non ci stancheremo di ripeterlo; è invece l'interazione tra l'uomo, l'uva che egli alleva ed il suo territorio, è la volontà di perseguire un obiettivo al di là delle mode cercando di imparare sempre, con umiltà, ciò che la natura può trasmettere. Insomma, sarà assurdo ma questi segnali ci fanno temere di ritrovarci tra qualche anno a difendere il produttore che fa un vino in barrique serio e rigoroso, magari da uve internazionali, dall'accusa di non avere le radici piantate nel suo territorio e nella sua storia; e quel che è peggio, dall'accusa di non aderire alla valorizzazione dell'autoctono e della "tradizione" perseguita da un suo vicino che solo pochi anni fa (oggi) aveva piantato ettari su ettari di Merlot e Syrah, poi prontamente reinnestati. No, non ci sentiamo meno soli; ed anzi crediamo che proprio in momenti come questi, di cambiamenti vorticosi, reali o apparenti che siano, è più che mai necessario moltiplicare l'attenzione, continuando a pensare con la propria testa per difendere con forza le proprie idee. giovanni bietti