Editoriale Etica e dignità del vino sfuso Avete mai pensato a quale vino vi fa sentire "a casa"? Quale vino sentite come irrinunciabile elemento di un corredo alimentare gioioso e invitante, intimo e non impegnativo? Vi sono ancora migliaia di persone che provano tale forma di benessere affidandosi al vino sfuso, però oggi la gran parte dei consumatori cerca questa sensazione nei vini in bottiglia. E non la trova. Scorriamo gli scaffali dei supermercati, delle enoteche, dei winebar, delle gastronomie specializzate, troviamo sfilate di etichette ben disegnate, colli di bottiglie slanciati, vetri pesanti, ma se proviamo a penetrare l'essenza di quei vini non ne riconosciamo la differenza e da loro emerge una freddezza agghiacciante. Arriviamo a chiederci perché dovremmo comprare, e bere, un Refosco quando somiglia ad un Merlot umbro. La gran parte di quelli che dovrebbero essere i vini "di base" o "medio buoni", in una fascia di prezzo dalle 12 alle 25mila lire, è composta da involucri privi di un contenuto che ci restituisca origine territoriale e appartenenza umana. Al punto che molti dei vini che hanno conquistato la bottiglia negli ultimi otto anni (da quando è iniziata la ripresa del vino rosso) appaiono sempre più utili ad alimentare un commercio enologico uniforme ed incolore e sempre meno abili a coinvolgere il consumatore. Il mercato del vino pensa solo a se stesso invece di confrontarsi con il consumatore, un vortice vizioso che inghiotte anche le migliori intenzioni senza lasciare scampo. Si comincia con le bottiglie e le macchine per utilizzarle, poi ci sono i tappi, le capsule, le etichette e i cartoni; gli agenti di commercio, i direttori commerciali, il marketing - anche le aziende medio piccole sanno che devono porsi questo problema - la capacità di ricevere i clienti, le fiere e, infine, la moda con le tendenze del gusto. Lo spirito del vino, nella sua essenza più autentica e viscerale, si perde ed il liquido odoroso diventa un mezzo per tenere in vita tutto questo, un elemento da considerare quasi distrattamente. Vi sono naturalmente le solite numerose eccezioni che anche su questo numero di Porthos abbiamo cercato di illustrare - e ci mancherebbe che in un paese come l'Italia non ci fossero!- ma è già preoccupante il fatto che si parli proprio di eccezioni. Se poi alcuni critici italiani sostengono che è naturale, in una fascia di prezzo accessibile ai più, l'assenza di una identità nitida, ed è anzi già una fortuna imbattersi in bottiglie corrette, a questo punto i produttori italiani, e non solo, si sentono autorizzati a propinarci qualsiasi cosa. Il concetto verticistico della qualità del vino, ormai sempre più diffuso, ci sta levando la pelle, brucia i nostri sogni e segue pedissequamente quella visione "imprenditoriale" tanto in voga di questi tempi. Per dimostrarvi che non siamo antimoderni, né ottusamente tradizionalisti o incapaci di capire che le cose, per crescere, devono trasformarsi vi diamo un paio di dati difficili da confutare. In primo luogo, la tecnica si è impossessata della fascia di prezzo medio; l'uso di strumenti di cantina sempre più sofisticati e di sostanze di sostegno, come gli enzimi selezionati, facilita le cose al produttore che guida la vinificazione come se, a bordo di un aereo, avesse azionato il pilota automatico: la qualità delle uve diventa un fattore secondario, ed è per questo che i vini, in seguito, risultano troppo simili. Inoltre, anche quando le premesse sono incoraggianti, si deve considerare il trattamento che subisce il vino per essere venduto.