Darmagi SOLIDO, CAUTO, IRREPRENSIBILE Chiunque si sia occupato di vino italiano negli ultimi trent'anni ha avuto a che fare con Angelo Gaja, con la sua azienda e con la sua famiglia. Chi vi scrive lo ha conosciuto vivendo una sorta di progressiva emancipazione. Da aiuto concièrge di un albergo di Torino nel 1979 - il ricordo dell'uomo è un po' confuso mentre quello dei vini molto meno, era il tempo del fantastico Barbaresco 1971 e dell'avveniristico Vinot, il Nebbiolo ottenuto da macerazione carbonica - a cliente appassionato che ebbe il privilegio dell'invito a sentire nel 1985 i primi vagiti di quelli che sarebbero stati il Darmagi e il Gaja & Rey. E poi il lavoro per la Guida ai vini d'Italia di Slow Food che ha permesso di approfondire la reciproca conoscenza. Per me è stato un impagabile percorso di scoperta che ha svelato il professionista, l'uomo, l'entourage lavorativo, del quale Guido Rivella è componente fondamentale, e la sua bellissima famiglia, della quale la moglie Lucia rappresenta la fonte lucente. Era inevitabile, quasi un dovere morale verso i lettori, occuparci di un vino di Gaja, anzi qualcuno si stava già chiedendo come mai non l'avessimo ancora fatto. Il punto è la difficoltà di provare a dire qualcosa di più di quello che tra libri, riviste e guide, nazionali e soprattutto internazionali, è emerso negli ultimi anni. Per questo forse ci è parso naturale evitare il Barolo e i Barbaresco e indagare invece un vino tanto importante quanto apparentemente marginale, quasi una figura indipendente, e al tempo stesso una lunga ombra sull'intera produzione. Il Cabernet Sauvignon Darmagi nasce da una vigna di tre ettari piantata nel 1978 proprio sotto la casa di Angelo e Lucia Gaja, appena fuori Barbaresco. Il sesto di impianto è piuttosto fitto con circa 6000 piante per ettaro; malgrado l'età delle viti non sia elevatissima, il clone prescelto presenta un tronco molto largo e nodoso, mentre pare che le radici non abbiano ancora sfruttato tutto il potenziale di profondità che un terreno marnoso sa offrire. Oltre a piccole informazioni sulla resa per pianta, naturalmente piuttosto bassa, è difficile sapere molto di più sulla tecnica produttiva: Gaja è comprensibilmente geloso delle sue pratiche enologiche e anche da Guido Rivella è difficile avere informazioni ulteriori. Si sa comunque che le barrique non sono sempre nuove e che la loro selezione avviene quando si ha presente la struttura del vino: da questo dato emerge la probabile scelta di mettere il vino nel rovere in primavera seguendo la pratica bordolese più antica (quella moderna prevede il contatto tra vino e legno praticamente già alla fine della fermentazione alcolica, a caldo). Gaja cerca di rifornirsi di rovere francese in modo diretto evitando la mediazione delle tonnellerie, si preoccupa della stagionatura delle doghe e fa costruire le barrique dal bottaio italiano Gamba.