Duca Enrico FERVIDO, FLEMMATICO, FINISSIMO Se penso al Duca Enrico la prima immagine che mi appare è quella di Carlo Petrini quando me ne parlò per la prima volta in quel magnifico agosto dell'89: era impressionato, ne sottolineava continuamente il colore. Lui, così abituato alla trasparenza dei Nebbioli appariva travolto dalla possibilità che un Nero d'Avola potesse concedere tanta concentrazione ad un rosso del sud. Carlo ha sempre avuto verso le cose meridionali quella nordica combinazione di stupore/rispetto/ammirazione/fatale attrazione, così vedeva quel Duca Enrico 1984: si sentiva orgoglioso che lo avesse fatto un suo conterraneo, Franco Giacosa è di Alba, e al tempo stesso era un po' incazzato perché in un certo senso vedeva minacciata la leadership sabauda su qualsiasi iniziativa agricola si muovesse in Italia. Il ricordo successivo è ugualmente nitido, ma riguardando il mio primo assaggio non ne vado proprio fiero; è uno di quei casi in cui tra il vino e l'uomo non si stabilisce quell'empatia che dovrebbe sempre assisterci. Quel 1984 non mi piaceva, mi destava perplessità ad ogni annusata, non riuscivo ad amarne la caratteristica animalità, mi inquietavano i tannini (!), e continuavo a pensare a Petrini, al suo entusiasmo che non riuscivo a condividere. Intuivo che c'era qualcosa di serio dietro al bicchiere di Duca Enrico ma era frustrante non riuscire minimamente a concettualizzarlo. Con il tempo ho imparato a salutare con meno ansia e più curiosità questi momenti, perché le scoperte tardive sono quelle di cui oggi mi sento più sicuro. Ho cominciato ad amare il Duca dopo tre o quattro anni di esercizio; alla fine del 1994 ho conosciuto l'autore e il contesto in cui questo vino è nato. E' importante parlare di Franco Giacosa, oggi direttore della Zonin e quindi non più responsabile della Duca di Salaparuta, per capire come ha fatto da piemontese e langhetto, educato in quella fucina di ristrutturatori poco inclini a rispettare il vigneto quale è la scuola enologica di Alba, a dare forma e sostanza ad un grande rosso siciliano sfruttandone in pratica l'esclusivo patrimonio autoctono.