Un rifugio silenzioso
Randazzo, Sicilia, 1975. Un giorno di dicembre. L'aria punge, sottile come uno spillo. Nella basilica di Santa Maria Assunta, dalla splendida facciata di pietra lavica dell'Etna, appena riaperta dopo la pausa del primo pomeriggio, un sagrestano cammina tra le panche in penombra. Si ferma, si gratta la testa. Qualcosa non torna. In fondo alla navata, su un banco di legno, una bambina dal viso tondo e aggraziato dorme arrotolata come un gattino, le ciglia lunghe che tremano appena, le mani chiuse a pugnetto sotto la guancia. Ha quattro anni, forse meno. È sparita da ore. La madre la sta cercando ovunque, il paese intero è in allarme. E invece lei è lì, placida, dentro una chiesa chiusa, addormentata nel posto che aveva scelto da sola. Un rifugio silenzioso, misterioso, pieno di echi e di storie.
Si chiama Giovanna. O meglio: Giovanna Maria Concetta. Una girandola di nomi cucita fra la tradizione e il galateo delle successioni familiari.