Marina Ravarotto

FILI DI TERRA E FUOCO

Un'eredità silenziosa

È una sera d'estate sulla costa della Barbagia, non lontano da Dorgali. Il campeggio è spartano, solo qualche tenda piantata tra i ginepri bassi e i pini marittimi che odorano di resina sotto il sole cocente. Il mare è lì, a pochi passi, incastonato tra le rocce di basalto e le spiagge di ciottoli chiari. Calmo, trasparente, di un blu che pare irreale. La luce dorata del tramonto avvolge tutto: la sabbia, le corde con i panni stesi ad asciugare, la griglia improvvisata montata sopra tre pietre nere.

Un uomo abbronzato, con mani grandi e movimenti sicuri, sta cucinando il pescato del giorno. È uscito all'alba, ha trascorso la mattina in barca, da solo, con la canna e il silenzio. Ora incide con precisione la pelle di una mormora, ci infila dentro un rametto di mirto fresco, spolvera il sale grosso raccolto a mano. Accanto a lui, Marina lo osserva. Non ha ancora dieci anni. È seduta su una sedia da campeggio blu sbiadita, le ginocchia graffiate, lo sguardo immobile.