Angela e Micaela Santoro L'ODORE CHE RESTA Mani piccole e gesti antichi Il cortile è largo e assolato. La bicicletta è parcheggiata al centro, sotto il grande albero di fichi. Da una finestra aperta esce un odore misto, che diventerà un ricordo indelebile, l'odore della carne e quello dolce del mosto che fermenta in cantina. Una bambina dai capelli biondi e gli occhi chiari osserva il padre legare un pezzo di polpa con movimenti lenti e sapienti. Le mani sono grandi, nodose ma delicate. Le dita sanno esattamente dove stringere le fibre del muscolo e dove lasciarle respirare. Micaela ha otto anni e guarda in silenzio. Non fa domande. Non serve. L'infanzia di Micaela Santoro è fatta di cortili, bombette e stagionature. A Cisternino, nel cuore della Valle d'Itria, lavorare la carne è una lingua che si impara presto, senza bisogno di grammatica. È una forma di appartenenza. Di rispetto. Di identità. Cisternino è una terrazza bianca sulla Valle d'Itria. Un borgo fatto di vicoli stretti, archi a tutto sesto e balconi fioriti, dove il tempo scorre lento tra le pietre calde e l'odore della brace. Le case imbiancate a calce riflettono la luce del Sud, e i muretti disegnano i confini invisibili di un paesaggio che è insieme rurale e sacro.