L'infanzia interrotta
25 dicembre 1952. È una notte d'inverno, il freddo è così intenso da fendere le pietre di Erice, piccolo borgo siciliano arroccato come una sentinella sopra Trapani. L'aria è impregnata di nebbia, densa e lattiginosa, che avvolge ogni cosa in un manto ovattato. Una bambina dai capelli nerissimi, appena undicenne, infagottata in un cappottino troppo grande, attraversa con passo incerto il cortile gelido e buio dell'Istituto San Carlo, un antico edificio dall'aria austera e impenetrabile. Con mani piccole e tremanti accende il grande forno a pietra, che lentamente prende vita. Le fiamme si riflettono nei suoi occhi neri, profondi e lucidi.
Quella notte è una delle tante, interminabili notti che Maria passerà al lavoro, un lavoro che presto si trasformerà nella sua ancora di salvezza e poi nel suo riscatto personale. È arrivata lì cinque giorni prima, con la sorellina Angela. L'aveva accompagnata lo zio, sua madre, incinta, era rimasta a casa. Avevano deciso così, non potevano sfamare tutte quelle bocche.