SFIDE E PROSPETTIVE PER I VINI PIEMONTESI NEL MERCATO INTERNAZIONALE di - Responsabile di Nomisma Wine Monitor Denis Pantini Dopo un 2024 trascorso all’insegna dell’incertezza, i produttori vinicoli italiani si sono trovati ad affrontare un 2025 irto di difficoltà. A tenere banco è stata indubbiamente la politica commerciale della nuova Amministrazione Statunitense, capitanata da un presidente (Donald Trump) che ha espressamente e più volte minacciato gli Stati dell’intero pianeta di voler riequilibrare la bilancia commerciale americana a colpi di dazi, a suo dire ingiustamente in deficit a causa dei paesi partner che si sono approfittati della generosità dei suoi concittadini. Al di là dell’approccio folkloristico portato avanti nei negoziati commerciali, è apparso subito del tutto evidente come vi fosse alla base una strategia ben precisa da parte di Trump per un contenimento dell’espansione geopolitica ed economica cinese in primis, ma anche per raggiungere tutta una serie di obiettivi (non solo economici) che andavano ben oltre il mero riequilibrio commerciale: dal recupero di competitività dei prodotti statunitensi attraverso la svalutazione del dollaro all’incremento delle vendite di armi ed energia (agli “alleati” della Nato), fino allo sviluppo di investimenti diretti esteri sul territorio americano (filiali produttive di aziende strozzate dal laccio dei dazi aggiuntivi). Per quanto tale strategia non abbia sempre portato ai risultati sperati da Trump, molti Paesi si sono trovati costretti a scendere a patti con il presidente del primo mercato al mondo per valore dei consumi. E in questo continuo negoziato, fatto di tira e molla, minacce, ritorsioni e ritrattazioni, anche i produttori vinicoli italiani sono stati investiti da una sorta di tempesta commerciale i cui effetti non sono ancora del tutto chiari e decifrabili, soprattutto in chiave evolutiva. Quel che è peggio è che questa tempesta è piombata su uno scenario di mercato dove, metaforicamente parlando, stava già piovendo. Dopo l’euforia post-Covid, i consumi di vino sono apparsi in rallentamento un po’ ovunque nel mondo, con paesi come l’Italia dove inflazione e bassa crescita salariale hanno dato il colpo di grazia a consumi di beni voluttuari e spese per l’intrattenimento. Senza contare gli impatti derivanti da fattori strutturali come la maggiore attenzione al salutismo, l’inasprimento delle sanzioni collegate al Codice della Strada o i danni da cambiamenti climatici che hanno amplificato le criticità dello scenario. Una sorta di “combinato disposto” che sta mettendo a dura prova la tenuta di molte imprese vinicole, per quanto occorra ricordare che in tutti i settori i momenti di crisi sono sempre esistiti (e il vino non fa eccezione) ma tenendo presente che il mondo è grande ed esistono mercati dove i nostri prodotti stanno conquistando, un po’ alla volta, un posto al sole. E lo stesso vale, ovviamente, per i vini piemontesi, come verrà di seguito illustrato in questo articolo. IL MERCATO NAZIONALE Iniziando la disamina dello scenario dal mercato interno, i consumi di vino appaiono ancora “zavorrati” da comportamenti volti alla cautela e alla ricerca di convenienza da parte degli italiani che, come risaputo, continuano a figurare tra i lavoratori europei con i salari reali che negli ultimi anni sono praticamente rimasti fermi (quando non calati) e che non hanno permesso di recuperare quell’inflazione “a doppia cifra” che ha impoverito la popolazione negli anni del post-Covid. Contestualmente a tale impoverimento generale, si registra anche un clima di fiducia che fatica a riprendersi, dimostrato dal fatto che a fronte di piccole crescite nei redditi disponibili, gli italiani tendono ad accantonare piuttosto che a spendere. Anche per questo, per prodotti voluttuari come il vino, nel primo semestre di quest’anno, le quantità vendute nel canale retail continuano a segnare il passo (-2,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). A subire i cali più rilevanti sono soprattutto i vini fermi e frizzanti, che evidenziano le flessioni più marcate nei volumi (-3,7%) a fronte di variazioni nei valori poco sotto la parità (-0,1%). All’interno della categoria, sono i vini DOP a soffrire maggiormente, registrando un calo a volumi di quasi il 4% ( ), mentre al contrario perdono meno gli IGP (-0,8%) che addirittura crescono a valore (+2%). Gli spumanti, invece, sembrano andare controtendenza, con crescite diffuse e superiori ai sei punti percentuali sia a valore che a volume, per quanto occorra sottolineare come questa categoria incida per appena il 15% sulle quantità di vino venduto nel retail in Italia. In questo caso, la crescita è trasversale a tutte le tipologie (Metodo Martinotti secchi e dolci) per quanto sia il Metodo Classico a mettere a segno l’aumento più rilevante (+15% sia a valore che a volume). Sul fronte dei canali distributivi, i risultati migliori si registrano in ipermercati, supermercati e discount, questi ultimi più resilienti soprattutto nelle vendite di spumanti; dall’altro lato, sulla scia dei mesi passati, il Cash & Carry fatica ancora a risollevarsi, mostrando una contrazione a valore (-4,2%) e a volume (-6,2%) che riflette un trend di consumi fuori-casa tuttora incerto. figura 6.1