CULTURA & SOCIETÀ Come Sherlock Homes: indagini sulla doppia elica della vite Elisabetta Tosi Intervista al genetista e ampelografo Josè Vouillamoz, Premio Masi 2025 Nel mondo del vino non passa quasi giorno senza che si parli di cambiamenti climatici, di strategie per contrastarli o almeno per cercare di mitigarne gli effetti negativi, così come di prospettive di sopravvivenza della vite a medio e lungo termine. E se la soluzione risiedesse, almeno in parte, nelle uve stesse? Se oggi si continua a coltivare la vite negli stessi luoghi in cui apparve almeno un milione di anni fa, qualcosa vorrà pur dire. Risposte più precise si potranno avere solo dalla scienza e dalla ricerca, in particolare da quella genetica. Per averne un'idea, abbiamo incontrato il biologo svizzero , genetista e ampelografo, nonché Premio Masi Civiltà del Vino 2025. Considerato un ricercatore di statura internazionale, Vouillamoz è autore di numerosi studi, sia su vitigni italiani come il Nebbiolo e il Sangiovese, sia su varietà francesi e svizzere, ma soprattutto è co-autore, insieme alle Master of Wine e , del volume " ". Il suo lavoro ha reso operativi i concetti di genealogia dei vitigni: dalla scelta dei portinnesti e dei vitigni "resilienti", alla tutela degli autoctoni, fino alla correzione di attribuzioni storiche errate. Josè Vouillamoz Jancis Robinson Julia Harding The Wine Grapes – A complete guide to 1368 vine varieties Partiamo dall'inizio. La maggior parte delle persone si innamora del vino perché lo assaggia. Quando hai capito che eri più interessato al DNA delle uve, piuttosto che a quello che c'era nel bicchiere? "Io sono nato in mezzo ai vigneti, nel Vallese, il Cantone della Svizzera dove si produce la maggiore parte dei vini. La mia famiglia non aveva vigneti, ma io sono sempre stato interessato al vino, anche da studente. Mi piaceva conoscere i vini che arrivavano da Spagna, Francia e Italia, capire le regioni, i vitigni. Siccome sono biologo, ho fatto la mia tesi di specializzazione sulla genetica delle piante e mi sono chiesto se avessi potuto usare quelle tecniche anche sulle viti. Non ero il primo a pensare di farlo, naturalmente; i primi erano stati gli Australiani nel 1993 e poi, nel '94 e nel '95, anche gli Americani della UC Davis. In Svizzera però nessuno l'aveva mai fatto. Grazie a una borsa di studio del governo svizzero, sono allora andato in California per imparare la tecnica di indagine genetica che stavano usando e applicarla ai vitigni svizzeri. Era il 2001". Per chi non ha familiarità con i temi della genetica, possiamo dire che sei una specie di "detective dell'uva"? "Sì, anzi, spesso la gente mi definisce "lo Sherlock Holmes della vite", e questo mi piace molto, perché mi fa sentire come un poliziotto della Scientifica, capace di identificare un vitigno grazie al suo DNA, e che continuando ad analizzarlo può persino risalire ai suoi genitori." Quale è stata la cosa più sorprendente che hai scoperto analizzando il codice genetico di una varietà? "Le sorprese possono essere tante. Prendiamo per esempio il legame di parentela tra lo Chardonnay e il Pinot blanc, anche se non l'ho scoperto io. In passato queste uve erano spesso confuse a causa della loro somiglianza morfologica, ma nel 1999 l'analisi del DNA ha stabilito che lo Chardonnay era un incrocio naturale figlio di un Pinot, e del Gouais blanc. Per i ricercatori fu una grande sorpresa, perché quest'ultimo è un vitigno così antico che non ne avevano mai sentito parlare. Hanno dovuto cercare negli archivi che cosa fosse, e hanno scoperto che in realtà nel Medioevo era diffuso in tutta Europa, con nomi diversi.