DALLA RICERCA Due passi nella scienza a cura di Alessandra Biondi Bartolini PFAS sorvegliati speciali Li hanno definiti contaminati eterni: i PFAS, sostanze per e polifluoroalchiliche, sono composti derivati prevalentemente dal mancato o errato smaltimento degli scarti industriali. Sono molto stabili, resistenti ai processi di degradazione naturale, in grado di accumularsi nei tessuti animali e vegetali ed entrare così nella catena alimentare. Nell'uomo i PFAS sono tossici e responsabili di diverse patologie. La loro presenza come contaminanti nei terreni e nelle acque profonde e di superficie rappresenta una delle emergenze ambientali che più preoccupano a livello globale; in Italia la contaminazione è particolarmente elevata soprattutto in alcune aree del Veneto, tanto da porre limitazioni nel prelievo e l'uso delle acque per fini civili o agricoli. Uno studio realizzato dall'Università di Venezia ha analizzato la presenza dei PFAS in 76 vini prodotti in aree con diversi livelli di contaminazione, confrontando il risultato con i valori relativi alle acque profonde rilevati dalla rete di monitoraggio regionale. I risultati hanno messo in evidenza che 73 campioni contenevano almeno un PFAS, con prevalenza di PFBA, e che vi è una correlazione significativa tra il contenuto nei vini e quello presente nella falda acquifera più vicina. Il vino sarebbe quindi un bioindicatore, ma anche una possibile fonte di esposizione per i consumatori. Nella valutazione dell'esposizione è comunque emerso che questa risulta modesta nella maggior parte dei casi e negli scenari di consumo normali o moderati, ma che un consumo elevato potrebbe invece portare, per alcuni prodotti, a superare le dosi massime settimanali tollerabili indicate da EFSA. : Francesco Calore, Paolo Girardi, Alessandro Bonetto, Laura Pagnin, Antonio Marcomini; Accumulation of PFAS in wine from a contaminated area: perfluorobutanoic acid (PFBA) as a molecular marker of PFAS groundwater contamination and implications of wine ingestion for human health, Environmental Pollution, Volume 406, 2026, 128482, ISSN 0269-7491, Articolo originale https://doi.org/10.1016/j.envpol.2026.128482 Il genoma di compie 30 anni Saccharomyces cerevisae Il 1996, l'anno in cui fu completato il sequenziamento del genoma del primo organismo eucariotico, rappresenta una pietra miliare nello studio della genomica. Protagonista non fu solo , organismo modello per eccellenza nei laboratori di biologia, ma anche una collaborazione scientifica senza precedenti, che rese possibile quest'impresa in soli sei anni di lavoro. Cento laboratori distribuiti in più di diciannove paesi si unirono in una piattaforma collaborativa con il solo obiettivo di ottenere la prima sequenza di un genoma eucariotico. Isak Pretorius e John Morrisey percorrono la storia della genetica del lievito, di quanto è avvenuto prima e degli scenari che si sono sviluppati in questi 30 anni, dalla genomica funzionale, allo studio delle popolazioni e la ricostruzione dei processi evolutivi e della domesticazione del lievito, fino ai traguardi e al futuro della biologia sintetica. "In pratica, il progetto di sequenziamento del genoma del lievito" spiegano gli autori "ha incarnato la filosofia della consilienza (la convergenza di fonti e prove di ambiti disciplinari diversi ndr). Il sequenziamento del genoma ha richiesto l'integrazione della genetica classica, della tecnologia del DNA ricombinante, della biologia molecolare, della biologia dei sistemi, della mappatura fisica del genoma, dell'enzimologia e dei nuovi approcci computazionali. I confini tra le discipline sono diventati più permeabili e questa convergenza non ha attenuato le competenze disciplinari ma al contrario, le ha rese più solide e approfondite". Saccharomyces cerevisiae : Isak S Pretorius, John P Morrissey, The yeast genome at 30: a blueprint written by a collaborative and consilient community, FEMS Yeast Research, Volume 26, 2026, foag020, . Articolo originale https://doi.org/10.1093/femsyr/foag020 Un nuovo approccio nello studio della risposta della vite allo stress idrico Lo studio della risposta e della capacità di adattamento della vite allo stress idrico, fondamentale per affrontare il futuro della viticoltura di fronte alla crisi climatica, non è compito esclusivo della fisiologia vegetale. L'articolo pubblicato dai ricercatori di Università di Torino, CNR e CREA è quella che si definisce una , un'analisi della letteratura scientifica che va oltre la e propone una nuova visione o cornice nella quale muoversi in modo più efficace. La spiegazione dei meccanismi con i quali le diverse varietà evitano i fenomeni di stress o attivano meccanismi che consentono loro di resistere, è possibile solo se si prendono in considerazione e si integrano tra loro le conoscenze derivati da fisiologia, genetica, epigenetica, anatomia e funzioni di trasporto dell'acqua, ruolo del portinnesto e interazione con il microbioma. L'articolo sintetizza in un unico quadro le prospettive di miglioramento della risposta della vite allo stress, attraverso una più approfondita conoscenza dei tratti genetici sui quali è possibile lavorare per esempio con le tecniche di editing genomico, del ruolo del microbioma e della memoria genetica degli stress che le piante sviluppano nel corso della loro vita. Perspective review : Lovisolo, C., Perrone, I., Chitarra, W. et al. The grapevine as a model plant to describe intra- and interspecific mechanisms of drought acclimation. npj Sci. Plants 2, 14 (2026). . Articolo originale https://doi.org/10.1038/s44383-026-00028-6