BACCO TRA LE NOTE La degustazione? Pare proprio un concerto Alberto Angelino L'assaggio di un vino, come l'ascolto di un concerto, è prima di tutto un'esperienza Con la nostra rubrica "Bacco tra le note" abbiamo esplorato le mille sfumature con cui la musica è riuscita a rappresentare il vino. I compositori lo hanno celebrato cercando di trasmetterci le atmosfere che è in grado di evocare: dal buon umore fino all'ebbrezza sfrenata, passando per la malinconia post sbornia. Di recente abbiamo conosciuto una persona che ci ha cambiato la prospettiva: è , Presidente dell'Orchestra Filarmonica di Torino, violoncellista e appassionato di vini. Con noi ha condiviso una riflessione interessante: una degustazione di vino è fondamentalmente un'esperienza estetica, un po' come assistere a un concerto. E quindi è nel modo in cui si sperimenta il piacere che mondo delle note e quello di Bacco convergono davvero. Gabriele Montanaro Abbiamo raccolto questa riflessione in un'intervista che ha sconfinato in un dialogo ed è finita in un divertente gioco di abbinamenti. Allora cosa rende simile una degustazione di vino dall'ascolto dal vivo di un brano musicale? "L'analogia più importante è che entrambi casi sono esperienze dinamiche. L'impressione che si ha del vino in una degustazione, così come quella di chi ascolta un concerto, cambia in base a molti fattori: il posto dove si svolge, tanto per cominciare, e poi ancora la degli esecutori e la predisposizione del pubblico. In fondo quello che c'è scritto su una partitura può essere considerato un po' come una linea guida, un disciplinare di produzione. performance Ad esempio, sappiamo che il Barolo si può fare solo con uve Nebbiolo, in soli 11 comuni, che deve avere 38 mesi di invecchiamento…, va bene, però, poi ogni collina e ogni vigneto gli conferisce una sfumatura diversa e ogni produttore lo interpreta a modo proprio. Infine, arriva a chi lo beve e nel percorso entrano in gioco la temperatura di servizio, il bicchiere, persino l'umore della persona in quella giornata fa la differenza". Insomma, alla fine vale per il vino quello che diceva John Cage della musica: non sono le note che fanno un concerto, ma il pubblico. "Certo, eppure, abbiamo sempre considerato quella musica che chiamiamo classica come qualcosa di fisso e immutabile. Invece, e lo dico anche per esperienza personale, chi lavora in un'orchestra sa bene che la Settima di Beethoven "suona" in modo differente a seconda se sia eseguita nella sala di un Conservatorio o in una piazza per mille persone, a una per i ragazzi delle scuole o in una serata per musicofili. Non è che una esecuzione sia migliore dell'altra, è che si vive ogni volta in un altro modo". matinée Ma questo non dovrebbe succedere un po' per tutte le arti? In fondo, anche un quadro più piacerti o meno a seconda di dove lo vedi e con chi lo vedi. Gabriele Montanaro