2.11.4. La sostenibilità economica della viticoltura La sostenibilità economica della viticoltura in bassa Langa e nel Doglianese/Monregalese presenta oggi una forte dicotomia tra le denominazioni più prestigiose, guidate dal Barolo e dal Barbaresco DOCG, e quelle storicamente meno valorizzate, come le diverse tipologie a base Dolcetto. Nelle aree a denominazione apicale, il valore delle uve da Nebbiolo per Barolo rimane su livelli sensibilmente superiori (circa 2,5–2,8 €/kg nelle ultime rilevazioni), ma sconta un calo strutturale di prezzo rispetto a qualche anno fa, stimato nell’ordine del 30%, che comprime i margini in un contesto di costi fondiari elevatissimi, dove il solo onere finanziario legato al valore del terreno può assorbire l’equivalente del reddito di un’intera annata di uve. Viceversa, nelle denominazioni meno remunerative legate al Dolcetto (Dogliani, Langhe Monregalesi), i listini delle uve si collocano attorno o poco sopra l’euro/kg, generando redditività per modesta, con il risultato che la coltivazione risulta spesso in perdita e ha già innescato processi di estirpo significativi (oltre 200 ettari di Dolcetto eliminati in pochi anni in Piemonte). In questo quadro, le DO di punta mantengono una relativa sostenibilità economica grazie alla capacità di posizionarsi nei segmenti premium, dove il prezzo a bottiglia consente, almeno per le aziende strutturate e orientate alla vendita diretta o ai canali ad alto valore aggiunto, margini lordi anche superiori al 60%, mentre le denominazioni meno valorizzate restano schiacciate tra costi di produzione in crescita, scarso potere contrattuale sul mercato delle uve e minore forza comunicativa, rendendo indispensabili strategie di differenziazione, integrazione di filiera e riorientamento produttivo per non uscire dal sistema 2.12. Altre variazioni di interesse: La DOC Piemonte e le superfici vitate che non rivendicano d.o. La DOC Piemonte nasce a metà anni Novanta come denominazione “ombrello”, concepita per offrire ai produttori uno strumento flessibile di valorizzazione soprattutto per vitigni diffusi ma parzialmente sotto-sfruttati, tra cui in particolare Barbera, Cortese e Chardonnay, accanto alle tipologie generiche rosso e bianco. Nel tempo la DOC ha assunto il ruolo di valvola di sfogo per superfici vitate rimaste al di fuori delle denominazioni più territoriali (Asti, Monferrato, Langhe, Gavi, Roero, ecc.), consentendo di dare un inquadramento di qualità a vini ottenuti da vigneti talvolta storici ma non più rivendicati come singole DO, spesso commercializzati semplicemente come “vino rosso” o “vino bianco”. In particolare, le tipologie Barbera, Cortese e Chardonnay a DOC Piemonte hanno permesso di assorbire produzioni da appezzamenti marginali o da aree di confine tra denominazioni, mentre le categorie Piemonte DOC Rosso e Piemonte DOC Bianco hanno progressivamente sostituito, almeno nella parte più strutturata della filiera, l’uso della generica categoria “vino” per partite che, pur non trovando collocazione in DO più “forti”, mantengono un livello qualitativo e una tracciabilità superiore rispetto ai semplici vini da tavola, lasciando tuttavia ancora oggi una quota non trascurabile di vigneti che, per scelte aziendali o per limiti di mercato, continuano a essere utilizzati senza rivendicazione di alcuna denominazione.