LE ORIGINI DELLA VITICULTURA CANAVESANA I canavesani sono vignaioli da sempre, da ritrovamenti archeologici di vinaccioli nei pressi delle antiche abitazioni si suppone che in Piemonte la vite fosse in qualche modo coltivata già nel IV millennio a.C. Ci troviamo nel neolitico e raccontare di un periodo così remoto e difficile, dunque, è meglio fare un balzo nel tempo di svariate centinaia di anni fino ad arrivare al V secolo a.C. Le terre canavesane erano occupate in quel periodo (come abbiamo già visto) da popolazioni di etnia ligure, che avevano avuto numerosi contatti culturali con gli etruschi, spintisi a nord fino alla pianura padana. Gli etruschi coltivavano la vita con la tecnica dell’alberata usando cioè un albero tutore vivo, esempio un pioppo, sul quale fare arrampicare la vite. Questo metodo è raro ai tempi nostri, ne rappresenta una preziosa testimonianza l’Asprinio di Aversa. Intorno al 400 in seguito all’invasione dei Galli venne introdotto l’uso del legno per la conservazione del vino, cosa molto inconsueta per i Romani e i Greci che usavano invece le anfore in argilla di svariate dimensioni. In piena epoca imperiale, Plinio nel suo In epoca romana, debellate le popolazioni galliche dei Salassi, la viticultura venne infine praticata più estesamente, andando di pari passo con un generale aumento della ricchezza del territorio. Nel I/II secolo d. C in Piemonte non solo si consumava vino locale ma ci si poteva anche permettere l’importazione di anfore di vini italici e greci. Seguono poi il declino del collasso dell’Impero Romano ed infine le invasioni barbariche. Siamo così arrivati nel 568, i Longobardi invasero l’Italia aiutati in questa impresa dai Bulgari che si insediarono principalmente nell’area intorno al Ticino. Questa è anche l’epoca delle grandi conversioni al Cristianesimo che si sente dalle città alle campagne, ed infine ai luoghi più remoti. Il vino, presente principalmente nelle cerimonie religiose fin dall’antichità, diventa qui la bevanda sacra per eccellenza, il sangue di Cristo, celebrato nel momento “clou” della messa. È anche un elemento strategico della povera dieta medievale: fornisce energia per i duri lavori nei campi, scalda il cuore nelle fredde notti d’inverno passate in dimore spartane e povere. Naturalis Historia scrive: i metodi per conservare il vino differiscono grandemente a seconda del clima. Nelle regioni alpine lo si racchiude in recipienti di legno rinforzati con cerchiature e persino nel pieno dell’inverno lo si preserva dal gelo accendendo dei fuochi.