Romania La viticoltura rumena, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, ha un passato di circa tremila anni. Ne è testimonianza una gran quantità di reperti archeologici (statue, edifici, anfore, medaglie, oggetti vari) o di notizie storiche che si trovano perfino negli scritti di Erodoto e di Strabone. Occupando la Dacia, nel 101, i Romani trovano una viticoltura fiorente che contribuiscono a sviluppare, introducendo nuovi vitigni e nuovi metodi di coltivazione. Basti pensare al vitigno Rozaki, dal quale si ricavano le varietà Razachie, Afuz Ali (Regina bianca) e Bolgar; o ai vitigni Verdea (Langer weisser, Ovjci rep, Juhfark), Coarna e Gordan. La presenza romana è documentata dalle monete coniate da Traiano dopo la vittoria su Decebalo, nelle quali la nuova provincia, detta Dacia Augusta, è simboleggiata da una figura femminile con due figli che tengono in mano, rispettivamente, una spiga di frumento e un grappolo d'uva. Anche a Roma, sul rilievo della colonna nel Foro di Traiano, i prodotti della nuova provincia sono raffigurati da spighe, pesci e barilotti di vino. Durante il periodo feudale, in Transilvania lo sviluppo della viticoltura è continuo ed è stimolato anche dall'intervento di coloni tedeschi immigrati fra il 1140 e il 1180, provenienti dalle regioni del Reno e della Mosella. Nel Duecento e nel Trecento, al tempo della dinastia ungherese Arpad e poi di quella di origine napoletana degli Angiò, acquista una certa importanza viticola la parte settentrionale della Transilvania, e in particolare la zona del fiume Somes. Un'altra regione viticola, quella di Cotnari, si sviluppa in Moldavia ai tempi del principe Stefano il Grande (1458-1504), che, secondo la leggenda, ricevette in dono da Mattia Corvino, re d'Ungheria, barbatelle del vitigno Furmint, tipico della zona di Tokaj. Il vitigno Grasa di Cotnari, infatti, è simile a quello di Furmint b. e produce vini speciali molto buoni. Durante il periodo dell'occupazione turca (secoli XV-XVIII), la viticoltura rumena decade, e sopravvive solo sui terreni di antica tradizione viticola. Nel Settecento e nell'Ottocento c'è una netta ripresa e i vini rumeni sono apprezzati anche alle tavole degli zar russi e degli imperatori d'Asburgo. Verso la fine dell'Ottocento, la maggior parte dei vigneti è devastata dalla fillossera. La rinascita viticola avviene non solo per mezzo di vitigni rumeni, come Grasa, Feteasca alba (Leányka, Mädchentraube), Tamijoasa rumena (Moscato b.) Babeasca neagra, Crimposie, Negru virtos e Braghina (Dinka rossa), ma anche per mezzo di vitigni importati, fra i quali sfortunatamente anche diversi ibridi produttori diretti americani. Fra i vitigni importati dall'Europa occidentale, i piú diffusi sono i francesi Chardonnay b., Sauvignon b., Cabernet-Sauvignon n., Pinot n. Sono anche coltivati i tedeschi Traminer rosso, Ranfol b., Müller-Thurgau b., cosí come il Riesling italico, il Portoghese n., l'ungherese Kadarka n. (Gamza) e il bulgaro Plovdivna rossa (Pamido). Lo sviluppo rapido e qualificato della viticoltura in Romania comincia dopo la seconda guerra mondiale. La superficie viticola totale aumenta dai 207.000 ha del 1953 ai 300.000 ha del 1976: la Romania occupa, cosí, l'ottavo posto nel mondo, e il sesto in Europa. La produzione di vino passa dai 4,1 milioni di hl del 1953 a una media di 7,4 milioni di hl negli anni 1969-1973 (6,5 nel 1977), raggiungendo il nono posto nel mondo. La qualità dei vini, scarsa in passato a causa di un'alta percentuale (40%) di ibridi produttori diretti, sta migliorando, sia perché i vini derivati da questi vitigni vengono usati per la produzione di acquavite, sia perché vengono diffusi cultivar di qualità, come il Riesling italico, la Danesana (Galbena di Transilvania b.), il Pinot grigio, il Muscat Ottonel b., il Cabernet-Sauvignon b., il Pinot n., il Merlot n. Il miglioramento della qualità si fa sempre piú evidente, tanto che nelle competizioni internazionali del vino, che si tengono in diversi Paesi, i vini rumeni si sono distinti, entrando nella rosa di quelli piú apprezzati. Non solo la produzione, ma anche il consumo e l'esportazione dei vini sono in aumento. Il primo sale dai 15,5 pro-capite del 1956 ai 23 l del 1969 e ai 30 l del 1974; la seconda dai 675.000 hl del 1969 a 1.076.000 hl del 1974 (936.000 hl nel 1976). Un piano vitivinicolo a lungo termine prevede un aumento considerevole della superficie viticola, 30% della quale dovrebbe essere coltivata per vini da tavola, 70% per diverse varietà.