La viticoltura sudafricana presenta una straordinaria poliedricità. Mentre le regioni viticole nordafricane producono quasi esclusivamente vini rossi da taglio, accanto all'uva da tavola, all'uva sultanina e all'uva passa, nella Terra del Capo si produce ogni possibile tipo di vino europeo classico sul genere del Porto, dello Sherry, del Malmsey (Madera), del Moscato, del Borgogna, del Clairet, del vino della Mosella e del Reno. Per l'intenditore di vini cosmopolita, la Repubblica Sudafricana costituisce dunque un'interessante regione. Le piantagioni ben curate con le ricche fattorie nel grandioso paesaggio sudafricano, le cantine organizzate supermodernamente e la ben sviluppata rete stradale fanno di essa un'ambita meta enologica. Oltre l'80% dei 110.000 ha circa del vasto territorio vinicolo si situano nel raggio di 200 km attorno a Città del Capo, tra il 33° e il 34° grado di latitudine meridionale. Le attrattive paesaggistiche di queste valli viticole, incorniciate dal mare e da montagne di tipo dolomitico, sono straordinarie. Si distinguono due regioni: la cosiddetta , che sotto l'influsso del mare presenta un clima molto temperato, ricco di piogge, e il , una regione meno piovosa, più calda, separata dalla costa da catene montuose. zona costiera Little Karoo Lontano da queste principali zone di coltivazione, sporadiche e più piccole isole di piantagione di uva da tavola e di uva sultanina si estendono, sino al fiume Orange e si addentrano fin oltre il Transvaal. Gli esordi della viticoltura nella provincia del Capo furono semplici e commisurati agli scopi. Nel 1652, Johan van Riebeeck, fondatore della colonia del Capo, sbarcò ai piedi della Table Mountain. Aveva ricevuto dalla Compagnia olandese delle Indie orientali l'incarico di creare una stazione di rifornimento per approvvigionare di verdura fresca, vino e carne, i vascelli in rotta per le Indie. Nella navigazione marittima del tempo, innumerevoli erano le vittime causate dall'errata alimentazione e dal consumo di acqua inquinata. Si può dunque comprendere come i governatori olandesi della provincia del Capo, inesperti della viticoltura, ma tanto più compresi delle necessità della navigazione marittima, abbiano dato grande importanza alla coltivazione della vite. Nel 1688, si offrì agli Ugonotti francesi una nuova patria nella valle Fransch Hoek; essi portarono con sé la tradizione vinicola della madrepatria. Nomi di tenute viticole quali Le Roux, Rousseaux, De Villiers, Marais, Malan e altre pongono in evidenza l'origine ugonotta. Anche l'influsso dei tedeschi fu notevole. Poco dopo la colonizzazione della Terra del Capo, pregevoli tenute viticole appartennero a emigranti tedeschi come Greef, Alemann, Hatting, Kirsten, Krüger, Kluthe e altri. Dopo la seconda guerra mondiale, vignaioli italiani, che erano stati portati in Sudafrica come prigionieri di guerra, rimasero a lavorare nella viticoltura locale. Dopo che nel 1805 gli inglesi ebbero occupato il Capo, si iniziò l'esportazione di vini verso l'Inghilterra; le guerre contro Napoleone l'avevano tagliata fuori dalla fonte enologica francese. Nel 1825, le cronache parlarono per la prima volta di un'industria enologica e molte fattorie costruite in quel tempo nello stile del Capo, testimoniano ancor oggi del benessere di quel periodo. Nel 1918, la KWV (Kooperative Wijnbouwers Vereniging von Zuid-Afrika) con il cosiddetto Wine and Spirit Control Act ottiene dal governo e trasferisce in loco il diritto di controllare l'insieme della produzione vinicola e di fissare i prezzi minimi da rispettarsi nel commercio dei vini. Si istituiscono rappresentanze oltremare e con l'ausilio di cinque enormi distillerie si distillano le eccedenze vinicole. Con una capacità d'immagazzinamento superiore ai tre milioni di ettolitri, oggi la KWV è indubbiamente la più grande impresa cooperativistica del genere nel mondo. 8. Vendemmia dell'uva sultanina a Orange-River (Repubblica Sudafricana).