Francesco Antonini DIRETTORE RESPONSABILE Editoriale LA BELLA STAGIONE Quella che molti chiamano ancora la bella stagione - un’abitudine da boomer, probabilmente - ci regala ondate di caldo tropicale che durano settimane, incendi che non è più possibile spegnere ma soltanto contenere, una siccità da fare invidia alla penisola arabica. E poi, quando la tanta energia accumulata finisce per scontrarsi con una massa di aria fredda, nel migliore dei casi arrivano le bombe d’acqua, nel peggiore le frane o delle vere e proprie inondazioni. Se qualcuno, più o meno in buona fede, aveva ancora dei dubbi sugli effetti della crisi climatica, credo che l’estate del 2026 li abbia spazzati via con la forza sibilante della Bora nelle giornate in cui a Trieste puoi solo fermarti e aspettare che il refolo esaurisca la sua spinta. Ed è un tema - quello del surriscaldamento globale - che riguarda in modo diretto il mondo del vino, come pure delle altre produzioni alimentari. Tutto il mondo dell’agricoltura dovrà ripensarsi, adattarsi, riprogettare. E dovrà farlo anche al di là delle cosiddette tendenze di mercato, quelle che portano il consumatore a prediligere vini “freschi”, di pronta beva, meno alcolici rispetto al passato. Uno degli aspetti più stimolanti di questa fase di trasformazione è la ricerca di nuovi terreni adatti alla coltivazione della vite. Un fenomeno mondiale se è vero che la produzione vinicola in Cornovaglia, sudovest dell’Inghilterra, è in costante aumento, e si va specializzando sugli spumanti metodo classico, mentre alcuni grandi domaine francesi hanno investito nel Kent e nell’Hampshire creando linee specifiche di prodotto grazie a partnership con aziende britanniche: esiste il Louis Pommery England, tanto per capirci, e vi lascio la curiosità di andare in Rete per scoprire quanto facciano pagare la singola bottiglia. Ma pure la Scandinavia dà segnali di vita inaspettati, come ha ben dimostrato una degustazione di vini svedesi organizzata dall’Associazione italiana sommelier a Udine. Mentre Italia e Francia, i Paesi guida, boccheggiano sempre più spesso sotto la cappa dei quaranta gradi, altri mercati e altre possibilità si stanno aprendo. Ma non è detto che da noi non si possa fare la stessa cosa, ovvero portare la vite in terreni più alti, in zone più fresche, in microclimi diversi. Quella che ancora viene considerata “viticoltura eroica”, la coltivazione sopra i 500 metri di altitudine, potrebbe diventare una nuova frontiera da esplorare. E noi di Mangiavino cominceremo a raccontarvi qualcosa di questo “movimento” a partire dal prossimo numero di ottobre. Quando avremo finalmente mandato in archivio quella che chiamano la bella stagione.