Soave, l'eleganza ha i suoi Cru Massimo Zanichelli Sfrecciando sull’A4, gli occhi puntati sull’autostrada, si rischia quasi di non accorgersi, complice il ponte dell’Autogrill, che lungo il lato dell’uscita Soave/San Bonifacio si apre uno degli scenari viticoli più spettacolari del Belpaese: colline di forma conica di chiara origine vulcanica si dispongono fieramente sopra il borgo antico, attorno al corpo merlato dell’imponente Castello scaligero, sui due versanti del monte Foscarino. È il territorio del Soave, illustre vino bianco dalla storia secolare, dalla fama controversa, dalla qualità indiscutibile. Il vino “acinatico” ( ) o “acinaticio” ( ), prodotto con appassimento delle uve e progenitore dell’attuale Recioto, è citato nel III secolo dallo scrittore latino Palladio Rutilio Tauro Emiliano come “dolcissimo, denso, robustissimo” e ripreso nella celebre epistola di Cassiodoro della prima metà del VI secolo, in cui è descritto “di candida bellezza”, “puro”, che “risplende per il suo biancore”, nato dai gigli e dispensatore di “soavità”, mentre la citazione dell’uva “garganica”, l’odierna garganega, da parte di Pier de’ Crescenzi nel risale ai primi anni del XIV secolo. acinaticus acinaticius Trattato dell’agricoltura Soave è un comune di settemila abitanti circondato da una cinta turrita eretta nel 1369 da Cansignorio della Scala, che ampliò anche il Castello medievale sul monte Tenda, costituito da un accesso su ponte levatoio, un mastio e tre cortili di diverse dimensioni. Il borgo, a cui si accede da tre porte (Porta Bassano, un tempo Porta Aquila, a nord, Porta Vicentina a est, Porta Verona a sud), è letteralmente punteggiato di edifici storici, religiosi e civili. La denominazione, nella quale sembra fatalmente scritto il proprio destino d’eleganza (Vocabolario Treccani, alla voce soave: “Che dà ai varî sensi e all’animo un’impressione di dolcezza delicata e gentile”), è situata tra la valle del Tramigna e quella dell’Alpone sulle estreme propaggini dei monti Lessini. Contempla anche la Docg Soave Superiore e si estende per circa seimila ettari lungo tredici comuni della provincia di Verona, suddivisi tra una zona classica (parte collinare dei comuni di Soave e Monteforte d’Alpone) e una “allargata” o “estesa” che a occidente si sovrappone alla Valpolicella (Mezzane di Sotto, San Martino Buon Albergo, Lavagno, Caldiero, Colognola ai Colli, Illasi) e a oriente, con l’eccezione di San Bonifacio, guarda al territorio lessino ancora compreso nella provincia veronese (Montecchia di Crosara, Cazzano di Tramigna, San Giovanni Ilarione, Roncà). Una parola più di ogni altra definisce il carattere distintivo di questo affascinante territorio, : “Caratteristica qualitativa di un sistema, cioè di un aggregato organico e strutturato di parti tra loro interagenti, che gli fa assumere proprietà che non derivano dalla semplice giustapposizione delle parti” (ancora il Vocabolario Treccani). Qui tutto è multiforme: la matrice geologica, la conformazione paesaggistica, lo scenario viticolo, la realtà enologica. complessità Dal punto di vista pedologico, il territorio del Soave è suddiviso in due distinti comprensori: a occidente la parte più calcarea, a oriente quella basaltica, benché le due componenti interagiscano in frequenti occasioni anche all’interno dei singoli cru. I calcari sono resti di antichi fondali sottomarini, ricchi di carbonato di calcio e fossili. Le rocce vulcaniche sono invece il risultato di ampie e numerose eruzioni avvenute in val d’Alpone per cicli successivi, prima sottomarini e poi aerei, documentate dall’affioramento di basalti e prodotti vulcanoclastici. L’orizzonte geologico diventa più articolato se ci si sofferma sulla stratificazione del suolo, che permette di riconoscere altri due livelli litografici: la scaglia rossa, la più antica roccia della zona, che è una formazione carbonatica di origine marina, e i terreni alluvionali del fondovalle, materiali di deposito dei corsi d’acqua locali collegati ai rilievi collinari attraverso conoidi di natura carbonatico-marnosa. Il paesaggio è impreziosito da una sequenza ininterrotta di baiti, o casotti, piccoli ricoveri realizzati con sassi e pietre locali in mezzo alle vigne, che servivano come deposito degli attrezzi di lavoro o come riparo per i contadini in caso di temporali; di capitelli, o edicole votive, simboli di religiosità popolare, forme d’arte devozionale di carattere naïf situati nei crocevia delle strade e nei crocicchi collinari; di torrette, nate alla fine dell’Ottocento per abbellire i giardini delle ville e poste generalmente in cima alle colline in mezzo ai vigneti; di pievi, spesso di origine medievale, architetture religiose popolari che ridisegnano lo spazio sacro della vite; di ville storiche, dimore signorili, e di corti rurali, indissolubilmente intrecciate ai toponimi vitivinicoli. Lo scenario viticolo si sviluppa tra corsi d’acqua, boschi, piante d’ulivo, ciliegi, cipressi, siepi: un mosaico complesso e frazionato che dal fondovalle sale, talvolta inerpicandosi, lungo le colline attraverso balze, terrazze e pendenze. È il regno della pergola veronese con i suoi menatoli (tiranti) in legno e ferro: tradizionale sistema di allevamento della vite locale, occupa il 78 per cento del vigneto del Soave ed è l’habitat ideale per la garganega, l’uva principe del territorio, che ha bisogno di distendersi sui tralci e proteggersi dal sole, preservando così freschezza e acidità. Accanto alla pergola sfila il più moderno e razionale guyot, sistema a spalliera che copre il 14 per cento del territorio. Tra le pergole c’è un’alta incidenza di vecchie vigne (quasi il 60 per cento conta più di trent’anni d’età) con un piccolo patrimonio di piante centenarie, mentre una moltitudine di muretti a secco – chiari con pietre calcaree, scuri con sassi basaltici – delimitano, scandiscono e abbelliscono il paesaggio. Accanto alla garganega, vitigno tardivo nobile, generoso, versatile, il disciplinare di produzione prevede anche la presenza di trebbiano di Soave e chardonnay fino al 30 per cento della composizione ampelografica, di cui 5 riservato alle varietà a bacca bianca della provincia di Verona. In questo panorama duttile e articolato si fronteggiano una serie di opposizioni: la collina e la pianura; la zona classica e la zona allargata; la pergola veronese e la spalliera; il nero del basalto e il bianco del calcare; il profilo fruttato-floreale e il gusto minerale; l’acciaio delle vasche di fermentazione e il legno delle botti, grandi o piccole, nuove o usate; il colore paglierino e il gusto secco del Soave verso il colore dorato e il gusto dolce del Recioto; la vendemmia classica e la vendemmia tardiva; la doppia maturazione ragionata e l’appassimento; i lieviti selezionati e i fermenti spontanei; le cantina sociali e i vignaioli. Coppie di contrasti che generano dinamiche complesse, non necessariamente conflittuali, una “fusione degli opposti” che è il segreto dell’armonia. Compendio e coronamento di questa frastagliata realtà sono i 33 cru o, con espressione più arida e giuridica, “unità geografiche aggiuntive”, comunemente dette “sottozone”, ufficialmente riconosciute nel maggio di quest’anno: un numero che sembra nato sotto il sigillo di un “crisma”. Il documento ufficiale dice che “meno del 40 per cento dell’intera superficie vitata della denominazione è stata valorizzata attraverso i cru ed esclusivamente nell’area collinare. La vinificazione dovrà avvenire separatamente rispetto agli altri vini dell’azienda, assicurando sia la tracciabilità sia una produzione limitata, facendo acquisire inoltre una forte riconoscibilità sul mercato. Le unità geografiche aggiuntive sono distribuite nell’intera area del Soave, 29 nella zona classica, 2 nei suoli scuri della val d’Alpone e 3 nei suoli calcarei delle vallate a ovest. I nomi sono: Castelcerino, Colombara Froscà, Fittà, Foscarino, Volpare, Tremenalto, Carbonare, Tenda, Corte Durlo, Rugate, Croce, Costalunga, Coste, Zoppega, Menini, Monte Grande, Ca’ del Vento, Castellaro, Pressoni, Broia, Brognoligo, Costalta, Paradiso, Costeggiola, Casarsa, Monte di Colognola, Campagnola, Pigno, Duello, Sengialta, Ponsara, Roncà, Monte Calvarina”. Come ormai si sa, il concetto di cru è intimamente legato a quello di terroir: gli elementi identificativi di un cru - ovvero di una “zona delimitata produttrice esclusiva di un vino; in senso più ristretto, vigneto che fa parte di tale zona, capace di produrre vino di caratteristiche organolettiche particolarmente pregiate; per estensione il vino stesso prodotto” (Vocabolario Treccani) - sono il terreno, l’esposizione, il microclima, le viti, il vitigno, ma anche la vendemmia, la vinificazione, la maturazione, perfino i tappi (quant’è l’incidenza del sughero, dello Stelvin e del vetro?), ossia tutte le scelte, che fanno la differenza, compiute dal produttore, l’ultimo, ma non il meno importante e decisivo, anello della catena produttiva. È dunque difficile, per non dire impossibile, pensare di poter restituire in purezza le caratteristiche di un cru, inteso come vigneto, in un vino, poiché quest’ultimo è , non della vigna d’origine: l’operato dell’uomo è fattore cruciale e inalienabile. Questo non significa che nel vino prodotto da un determinato cru non si colgano le caratteristiche più riconoscibili di quello stesso cru (soprattutto in presenza di una vinificazione quanto più pura e rispettosa possibile, poco invasiva e manipolatoria, che lavora per sottrazione anziché per addizione), ma che il cru non è un’entità assoluta, sganciata dalle scelte individuali, bensì una realtà naturale soggetta a quell’interpretazione che chiamiamo vino. La realtà di un cru non può dunque essere disgiunta da quella del suo stile, ovvero dalla sua trasformazione per mano del produttore. trasformazione emanazione Di seguito una selezione di alcuni dei più rappresentativi cru del Soave e dei suoi vini, che, per questione di spazio, sarà dedicata solo alla zona classica, suddivisa tra il “distretto” di Soave, dove i vini spiccano per eleganza, e quello di Monteforte d’Alpone, dove si fanno più strutturati e complessi. PIGNO Declivi e pendenze, muretti a secco e ciglioni, siepi e ciliegi, cipressi e capitelli sono i tratti distintivi di questa sottozona di moderata estensione (37 ettari), che ricade nel comune di Soave ma che già guarda verso la Ponsara di Monteforte d’Alpone. La vite mappa a tappeto un’area dal paesaggio poetico e dalla vena fortemente basaltica nei terreni, pur con qualche inclusione calcarea. Soave Classico Pigno 2017 GIANNITESSARI A differenza del Monte Tenda, il Pigno di Gianni Tessari è prodotto con sole uve garganega da suoli basaltici e compie fermentazione e maturazione (una decina di mesi) in legno piccolo e grande senza che il suo carattere ne venga alterato: complessità olfattiva di gigli, agrumi e spezie, palato ricco di succo, maturo e contrastato, piccante e saporito, dove si stagliano l’acidità penetrante del limone e il rilievo sapido del vulcano. Due Soave prodotti dalla stessa mano, due cru differenti vinificati in modo differente, due anime diverse e complementari. Il profilo differisce, il carattere è sempre quello del territorio. COLOMBARA Ampia area vitata (84 ettari) che riunisce più sottozone e si sviluppa lungo la costa sud-ovest del comune di Soave, scendendo da Sengialta verso il borgo e lambendo le pendici del Foscarino. I suoli sono prevalentemente di origine vulcanica, specie a nord, dove i terreni hanno sedimenti basaltici e le pendenze risultano più accentuate, mentre a sud si ritrovano pendii più dolci e rocce calcaree. Soave Classico Calvarino 2017 PIEROPAN Già Leonildo Pieropan, il fondatore dell’azienda, acquistò nel 1901 il primo podere in località Calvarino: il nome significa “piccolo calvario” e suggerisce la fatica del lavoro contadino di un tempo su queste dorsali. Oggi gli ettari sono sette, disposti su una magnifica schiena vitata suddivisa in più appezzamenti ai piedi del monte Foscarino. Esposizione a ovest, pergole sistemate su terrazze, terreno basaltico-tufaceo. Prodotto dal 1971, prevede un 25/30 per cento di trebbiano di Soave nel taglio finale; matura per un anno in vasche di cemento vetrificato. Premesse molto diverse rispetto all’altro cru della casa, La Rocca, per un Soave più essenziale e dinamico: paglierino leggero e brillante, naso con sussurri di fiori e sfumature minerali (pietra focaia), palato succoso, tonico, incisivo, con finale continuo di elementi agrumati e saporiti. SENGIALTA Il Sengialta è un versante sud/sud-est che s’incontra dopo i primi tornanti collinari andando verso Castelcerino, nel cuore del Soave Classico. Si allunga per 27 ettari su terre inequivocabilmente basaltiche, come testimonia l’etimo del suo nome: nel dialetto locale il “sengio” è il sasso nero. La Faglia di Castelvero che l’attraversa funge infatti da spartiacque tra le due anime pedologiche dell’area, quella vulcanica e quella calcarea. Soave Classico Vigneto Sengialta 2015 BALESTRI VALDA La valorizzazione di questo cru è senz’altro merito della famiglia Rizzotto, la cui azienda, in conversione al biologico, è un piccolo eden naturalistico attento alla biodiversità e alla sostenibilità. Il Sengialta di Guido e Laura, padre e figlia, nasce da poco più di due ettari di terreno basaltico tra vecchie pergole e più moderne spalliere a 160 metri di altitudine, in mezzo alle api, ai biancospini, agli ulivi. Prodotto dal 2003, ha colore paglierino brillante, naso che sprigiona tensioni vulcaniche, palato caldo che fa propria la maturità di un frutto vendemmiato tardivamente, pur non ostacolando le interne tensioni, e finale di buona modulazione. MENINI Meno celebre di altri cru del comune di Soave, Menini, conosciuto anche come Menini-Coi, abita un versante sud/sud-est di contenuta ampiezza (17 ettari), in un’area a ridosso del Castelcerino caratterizzata da una doppia matrice pedologica: la parte occidentale è marcata dalle rocce calcaree, quella orientale, più ripida, da terreni basaltici. I vigneti si sviluppano nella parte più alta dell’unità geografica, mentre più a sud dominano i boschi. Soave Classico Corte Menini 2017 LE MANDOLARE Dal 1998 Renzo Rodighiero, vignaiolo spontaneo, esuberante, vernacolare, produce con la moglie Germana un’interessante versione di questo cru da due ettari di pergole veronesi su suoli basaltici intorno a una corte rustica, che dà il nome al vino, circondata da piante di ulivo e bambù a un’altitudine di 250 metri. Vinificato in acciaio, ha colore paglierino brillante, un ampio ventaglio olfattivo di gigli, agrumi e sprezzature vulcaniche. Il palato associa succo e tonicità, con sviluppo fresco, contrastato, molto reattivo. CASTELCERINO Luogo viticolo tra i più significativi della zona classica, e in assoluto il più esteso (230 ettari), Castelcerino è una delle zone più alte della denominazione: le vigne di questa frazione, un tempo comune, arrivano fino a 400 metri. Spartiacque tra la val Tramigna e la val d’Alpone, deve il nome al Castrum Ecerini, già documentato nel 1263 e legato alla figura di Ezzelino II detto il Monaco e del più famoso Ezzelino III da Romano. Le vigne si dispongono ad anfiteatro ruotando da sud-est a sud-ovest su terreni che sono un riassunto dell’intera denominazione: a ovest, con pendenze oscillanti fra il 10 e il 30 per cento, la trama si fa più calcarea, mentre a est, dove in alcuni versanti i declivi sono decisamente più pronunciati, i terreni lasciano trasparire fin dal colore più scuro la matrice basaltica. Le precipitazioni sono superiori alla media del territorio, anche se le temperature rimangono miti e le escursioni termiche giornaliere sono piuttosto moderate. Attualmente questa unità geografica include anche gli appezzamenti più a nord, oltre il perimetro della zona classica, che ricadono nella Doc Soave Colli Scaligeri. Soave Colli Scaligeri Castelcerino 2018 Soave Colli Scaligeri Castelcerino 56 Mesi sui lieviti 2012 FILIPPI Estroverso quanto puntiglioso, Filippo Filippi produce Soave da agricoltura biologica e vinificazioni spontanee nella parte più alta e boschiva di Castelcerino, esclusa dall’area classica della Doc. Il Castelcerino, dal 2003, nasce in un paio di ettari di vigneto a un’altitudine di 300 metri, da vecchie pergole e più giovani guyot disposti a terrazze, con esposizione tra il sole del mattino e quello del mezzogiorno, e da suoli di matrice vulcanica, ricchi di sabbia con presenza di argilla e limo. L’ultima annata ha un colore paglierino intenso e vivo e un profilo succoso, tonico, talvolta umorale, poco lineare, con sensazioni che ricordano il giglio appassito. Ancora più radicale il Castelcerino 56 Mesi sui lieviti: il colore del 2012 è dorato, i profumi richiamano i fiori essiccati, il palato è pieno, maturo, con glicerine e alcoli che si mescolano a note sur lie, dal finale vigoroso, saporito, floreale, irriducibile. Soave Classico Castel Cerino 2018 Soave Classico Ca’ Visco 2018 COFFELE Diverso nel terreno e nello stile è il Soave Classico di casa Coffele, famiglia tra le prime a credere nelle potenzialità dei cru di collina per mano di Giuseppe Coffele, i cui figli Alberto e Chiara guidano oggi l’azienda: un bacino vitato di venticinque ettari in un unico corpo a Castelcerino, a conduzione biologica. Varie sono la giacitura e la pedologia dei vigneti: la parte nord è più basaltica, quella a sud più calcarea. Prodotto dal 2015, il Castel Cerino (tappo a vite), garganega in purezza vinificato in acciaio, ha un naso fragrante di fiori e agrumi, un palato vibrante di acidità fresca e incisiva, con echi continui di pompelmo. Più complesso, ma anche più lento a emergere, è il Ca’ Visco, prodotto dal 1993 e analogamente maturato in acciaio, ma con un taglio di garganega (da pergole su terreni calcarei) e trebbiano di Soave (spalliere su terreni vulcanici), vendemmiati e vinificati in tempi diversi. Profumi ancora un po’ ermetici, palato gustoso, di buona nitidezza, ancora in evoluzione. CARBONARE Il nome del cru non mente: derivato da “carbone”, presente probabilmente in zona, così come la lignite, si riferisce alle terre scure, quasi nere, di questo angolo vitato al confine tra Soave e Monteforte d’Alpone, 42 ettari di versante vulcanico, fortemente basaltico, esposto prevalentemente a est. I suoli hanno declivi da moderata ad accentuata pendenza; il microclima gode di buona ventilazione, e le temperature sono più fresche della media della denominazione. Soave Classico Monte Carbonare 2017 SUAVIA Prodotto dal 1996 da vecchie viti a pergola veronese di garganega, che si estendono per tre ettari e mezzo a oriente su terreno basaltico di tessitura franco-argillosa ricca di microelementi (soprattutto zinco e manganese), questo Soave Classico vinificato interamente in acciaio è così descritto dalle sorelle Meri, Valentina e Alessandra Tessari sulla retroetichetta: “Sa di pioggia che cade sul selciato, sui sassi neri dei muretti a secco, di quel buon odore che sprigiona la campagna toccata dalla prima acqua”. Paglierino leggero brillante, naso di acqua di roccia, di sassi neri sbriciolati. Palato succoso, vulcanico, reattivo, ricco di sprazzi acidi, di screziature piritiche, di input agrumati, con quell’aroma finale di gigli freschi che traduce tutta l’anima generosa e floreale della garganega. Soave Classico Vigneti di Carbonare 2017 INAMA Celebre per il Foscarino e per il Vigneto du Lot, la cantina di Stefano e Matteo Inama produce dalla vendemmia 2016 anche un’affascinante versione di Carbonare, che restituisce tutta l’anima del Soave di questo cru. Nasce da un appezzamento di vecchie pergole quarantennali piantate a mezza costa a 250 metri di altitudine con esposizione a levante. Conosce solo il freddo dell’acciaio, perché il Carbonare non vuole il legno per tradurre la sua lama acida e agrumata. Nero di terra e luminoso di colore, ha aspetto paglierino brillante, un naso cosparso di gigli e un palato succoso, invitante, contrastato e saporito, con tutto il sale della terra che si sprigiona a contatto con la saliva e trascina il gusto in una lunga persistenza. Soave Classico Roccolo del Durlo 2017 LE BATTISTELLE È il 2002 quando Gelmino e Cristina Dal Bosco decidono di non conferire più l’uva alla cantina sociale, affrontando l’impresa in proprio e una serie di pergole talmente inerpicate da essere certificate dal Cervim come viticoltura eroica. La garganega del Roccolo del Durlo nasce da un ettaro terrazzato, circondato dal bosco e situato a 250 metri di altitudine. Supera il 30 per cento di pendenza ed è alimentato da suoli basaltico-tufacei con presenza di sassi neri. La vinificazione avviene in acciaio. Il risultato è un Soave Classico paglierino brillante, dal naso di fiori di campo, anice, effluvi d’agrume. Il palato è tanto polposo quanto longilineo, il sorso lento e continuo, giocato su continue gradazioni sapide, dal finale tonico e scattante. Nell’unità-cru Brognoligo, i Dal Bosco producono un altro Soave Classico speculare nel carattere e sempre proveniente da viticoltura eroica: il Battistelle. FOSCARINO Il cru più imponente, conosciuto e celebrato si erge con la sua mole conica al centro della zona classica, spartendo i due territori comunali che discendono dalle sue pendici: Soave a ovest, Monteforte d’Alpone a est. È l’epicentro del territorio, il suo snodo cruciale, la sua vedetta: il monte è visibile dappertutto. Il toponimo sembra avere radici etimologiche nella parola fuscus, che richiama la ricca e boscosa vegetazione della zona. L’unità geografica si estende per 120 ettari tra sommità e versante lungo le tre fondamentali esposizioni (est, sud, ovest) e una serie di coste inclinate. Caratterizzato da suoli di matrice vulcanica con presenza di rocce basaltiche, è composto da tre coni vulcanici: Foscarinetto, Boccara e Monte Foscarino, le cui altitudini sono rispettivamente di 282, 292 e 295 metri. Precipitazioni, temperature ed escursioni termiche si allineano alle medie della denominazione. Una sintesi di territorio. Soave Classico Vigneti di Foscarino 2017 INAMA Personaggio talentuoso e controcorrente, Stefano Inama, oggi affiancato dal figlio Matteo, è un produttore che fa spesso parlare di sé attraverso le sue idee, le sue scelte, i suoi vini. Il Foscarino, imbottigliato per la prima volta nel 1992, proviene da vecchie pergole terrazzate di garganega con più di quarant’anni da suoli lavico-basaltici. Breve macerazione sulle bucce, fermentazione in barrique di vari passaggi con batonnâge per sei-sette mesi, sosta di quasi un anno in acciaio. Paglierino intenso e vivo, naso che sprigiona caratteri vulcanici, con note spiccatamente fumé (pietra focaia), palato succoso e trascinante, polposo e invitante, con un fiorire di gigli e pietre pomici, un cuore floreale-lavico che è quintessenza di terroir, e un finale persistente. Soave Superiore Classico Foscarin Slavinus 2017 Soave Classico Casette Foscarin 2017 MONTE TONDO Definire Gino Magnabosco – operaio, cacciatore, norcino, muratore e vignaiolo – un personaggio vulcanico è un gioco di parole fin troppo facile, ancorché veritiero: se sul Foscarino esiste lo Slavinus, ovvero un angolo di viticoltura eroica da quattro ettari di terra disboscati e disposti a gradoni per evitare l’effetto delle slavine (slaine in dialetto veronese), è merito del suo coraggio e della sua intraprendenza. Pergole di garganega su suoli basaltici che guardano a sud-ovest, diradamento del 40 per cento, vendemmia tardiva e un mese di botte grande, per un Soave Classico dal colore paglierino leggero e brillante, dai profumi di agrumi e tensioni minerali, dal palato pieno, maturo, floreale di gigli, sapido, continuo, tenace. Imbottigliato nel formato renano anziché in quello bordolese, il Casette Foscarin nasce da poco più di un ettaro di garganega (e trebbiano di Soave per il 10 per cento) a pergola, esposto a ovest, con terreno di matrice basaltica su accentuate pendenze; maturazione in barrique e tonneau di più passaggi per sei/otto mesi (in cantina la parte enologica è seguita dal figlio Luca). Profilo analogo allo Slavinus, ma con maggiore vibrazione gustativa: agrumi e sentori piritici, toni piccanti, pietra pomice, cenere vulcanica, finale fresco, molto contrastato. FROSCÀ Cru di Monteforte d’Alpone tra i più importanti, storici e caratterizzati della zona classica: una quarantina di ettari disposti tra sommità e versante, con esposizioni tra sud e sud-est, che digradano dolcemente verso valle lungo pendenze talvolta molto pronunciate tra muretti a secco e terrazzamenti. Il suolo ha matrici basaltiche, con terreni di colore bruno, ora giallastro ora grigio, tessitura argillosa e poco scheletro. L’elezione di questo terroir è confermata dalla presenza di numerose vecchie vigne, alcune centenarie. Soave Classico La Froscà 2016 Soave Classico Contrada Salvarenza Vecchie Vigne 2016 GINI Il rapporto della famiglia Gini con Monteforte d’Alpone è testimoniato dal XVII secolo e un documento del 1852 attesta l’acquisto da parte di Giuseppe Gini di una vigna in contrada Salvarenza, dove la famiglia possedeva terre già nel XVIII secolo. Sandro Gini, anima enologica dell’azienda, ha raccolto insieme al fratello Claudio l’eredità degli avi e gli insegnamenti del padre Olinto, iscrivendo il nome della famiglia nel novero dei grandi bianchisti italiani. L’estensione vitata all’interno della sottozona si allunga per una dozzina di ettari suddivisi in due distinti cru: La Froscà, su tufi vulcanici, con vigne dalle pendenze del 20/30 per cento, occupa la parte alta dell’unità, mentre il Salvarenza, che ne è il naturale prolungamento, si posiziona più in basso su terreni calcarei tra vigne molto vecchie, in parte franche di piede, e correnti d’aria fresca (la zona era un tempo conosciuta come “La fredda”) che favoriscono ottime escursioni termiche. La Froscà nasce nel 1985 senza utilizzo di solforosa durante la vinificazione e il 2016 appare come una delle migliori versioni di sempre: paglierino intenso e brillante, modulazione olfattiva di fiori, ceneri, minerali (pomici-ossidiane-basalti); palato succoso, fiore di giglio e anima di vulcano, saporito, con persistenza che si apre a ventaglio. Un bianco di classe e carattere. Imbottigliato più di recente, il Salvarenza dello stesso millesimo (anno di nascita 1990) riposa per un anno tra pièce di Borgogna e botte grande, e incanta per la brillantezza del colore e dello stile: sottile, sinuoso, elegante, unisce frutto, raffinate spezie e uno sviluppo continuo, ricco di sapore. MONTE GRANDE Magnifico anfiteatro nel cuore della zona classica di Monteforte d’Alpone, è il cru con il più alto rapporto vigneto/superficie, contando 48,77 ettari vitati sui 49,42 complessivi, il 98,7 per cento. Interamente tappezzata di vigneti per un colpo d’occhio scenografico quasi senza pari nella denominazione, quest’area perfettamente soleggiata e adeguatamente irrorata dalle precipitazioni contempla dal punto di vista pedologico un tappeto di matrice vulcanica pressoché uniforme. Soave Classico Monte Grande 2017 PRÀ Sagace ed estroverso, determinato e radicale nelle scelte operative in vigneto e cantina, Graziano Prà è da tempo uno dei produttori di spicco del Soave per l’eclettismo e la personalità dei suoi vini, lineari e sofisticati, classici e innovativi. C’è la piacevolezza floreale dell’Otto, la vibrazione agrumato-salina dello Staforte, il profilo esotico-speziato del Colle Sant’Antonio (che rientra nel cru Zoppega) e il Monte Grande, tutti invariabilmente Soave Classico: quest’ultimo nasce da due ettari a 150 metri di altitudine con esposizione sud/sud-est, impianti a pergola con quarant’anni di età, terreno vulcanico con alternanza di terre rosse e verdi. Punto d’incontro tra la surmaturazione della garganega e la freschezza del trebbiano di Soave, ha colore paglierino brillante, bouquet di fiori di campo, agrumi, anice, un che di piritico, con palato pieno, piccante, che fonde corpo e sapore, polpa e ritmo, pienezza e contrasto, profondità e dinamismo. RUGATE L’affascinante anfiteatro di questo cru si sviluppa in forma morbida e avvolgente in una suggestiva conca poco lontano da Brognoligo, nel cuore della zona classica di Monteforte d’Alpone. L’etimo del toponimo sembra sia da ricercare nell’aspetto rugoso delle rocce vulcaniche. Lungo i 42 ettari esposti prevalentemente a sud, che beneficiano di buona ventilazione anche nei mesi estivi, non è infrequente la presenza di ciglioni né di terrazzamenti, talvolta delimitati da muretti a secco. I suoli sono moderatamente profondi con tessiture argillose in superficie e più limose in profondità. Soave Classico Monte Fiorentine 2017 CA’ RUGATE Preciso e puntiglioso, Michele Tessari, che rappresenta la quarta generazione di una famiglia di vignaioli, non lascia nulla al caso: il suo eclettismo stilistico va di pari passo con la precisione della gamma produttiva, che annovera i rossi della Valpolicella, i Metodo Classico del Lessini Durello, la grande tradizione passita veronese. Non fanno eccezione le sue interpretazioni di Soave, dal Monte Alto elevato in barrique e botte grande al Bucciato, macerato un giorno sulle bucce con successiva maturazione in botti di ceramica da 400 litri per otto mesi. Il Monte Fiorentine è un ulteriore emblema. La retroetichetta non potrebbe essere più precisa: età delle viti 52 anni, altitudine 210-220 metri, esposizione sud-ovest, solo acciaio, vendemmia 20-21-22 settembre 2017. Non resta che aggiungere che le uve arrivano dalle pergole ultracinquantenni della parte nord-occidentale delle Rugate, da terreni basaltici ricchi di elementi minerali. Al colore paglierino brillante fa eco un grande respiro olfattivo, tra sentori d’agrume, toni floreali, guizzi minerali. Il palato è teso e incisivo, con penetrante nerbo salino. COSTALUNGA I 63 ettari di questa unità geografica si allungano verso est nella vallata dell’Alpone, all’estremità orientale della zona classica, come una lunga lingua collinare, da cui il nome del cru. Le esposizioni sono variabili, le pendenze piuttosto dolci, il terreno è di matrice basaltica, con suoli di buona profondità dalla tessitura argilloso-limosa. Soave San Brizio 2017 LA CAPPUCCINA Fondata nel 1890, la cantina della famiglia Tessari, oggi guidata con passione e competenza dai fratelli Pietro, enologo, Sisto, agronomo, ed Elena, responsabile marketing, sorge su un antico luogo di preghiera: si dice che un tempo i frati cappuccini (da cui il nome aziendale) officiassero nella cappella della tenuta, risalente al XV secolo. Il San Brizio, nome del patrono di Costalunga, nasce da terreni pedecollinari che per un soffio sono esclusi dalla zona classica: due ettari a guyot piantati nel 1990 con successivi rinnovamenti, interamente a garganega, con esposizione sud-est e terreno basaltico. Maturazione di sette mesi in tonneau (man mano è diminuito il tempo di permanenza nel legno, con l’uso di botti da 500 litri in luogo delle barrique). Paglierino intenso e gran rilievo floreale: gigli, acacie, glicini, muschi, con agrume maturo. Palato pieno di succo, ricco di sensazioni floreali, piccanti, speziate, dal finale fitto di spunti minerali e toni sapidi. Soave Superiore Classico Monte di Fice 2017 I STEFANINI Agricoltori e viticoltori in val d’Alpone dall’Ottocento, i Tessari, o “I Stefanini” come sono sempre stati soprannominati per un antenato di nome Stefano, cominciano a imbottigliare vino solo dal 2003 per mano del giovane Francesco, coadiuvato in campagna dal padre Valentino. Il Monte di Fice arriva dal terrazzo più alto dei vigneti dietro la sede aziendale: un ettaro abbondante di vecchia garganega a pergola – viti dai quaranta ai sessant’anni di età – su un suolo di tufo vulcanico esposto a sud. Paglierino leggero e brillante, olfatto di bella presa vulcanica, con sfumature di fiori e agrumi; palato succoso, con maturità di agrume, sensazioni di cenere e pietra pomice, sviluppo fresco, incisivo e contrastato, con finale decisamente saporito.