Il riscatto della Grappa un viaggio di 125 anni di Vladimiro Tulisso Nei primi anni dell’Ottocento il riscatto di una vita di umiliazioni e stenti iniziò a percorrere le strade del Friuli contadino con le sembianze di un alambicco montato su ruote che si spostava di fattoria in fattoria. Era lo strumento di lavoro degli sgnapin, alcuni degli artigiani senza insegna che allora – come scrisse Chino Ermacora – percorrevano incessantemente le strade da paese a paese “lavorando nei cortili dove bimbi e bipedi ruzzano insieme”. La distillazione a domicilio aveva un grande significato sociale perché riusciva a garantire anche alla popolazione più povera una scorta di alcol che veniva ricavato da quello che i possidenti allora abbandonavano: le vinacce. Dopo la vendemmia i proprietari tenevano per sé il vino che in parte anche distillavano ottenendo l’acqua di vita. Le bucce dell’uva – considerate un rifiuto – restavano ai contadini. Dalla trape, così in lingua friulana si chiamano le vinacce, i contadini riottenevano un vino lavandole con dell’acqua e poi – grazie all’alambicco arrivato nel cortile – producevano la grappa. Era l’alcol dei poveri: a suo modo, il simbolo del riscatto di molte mortificazioni. La concessione dell’imperatrice Maria Teresa e la legislazione Lombardo-Veneta favorivano in quel periodo la produzione di grappa: il quantitativo realizzabile in 24 ore di distillazione era esente da tasse e il lavoro era febbrile. La grappa era molte cose: un digestivo, il medicinale per il mal di testa e di denti, utile a correggere i vini troppo magri. Nel 1871, cinque anni dopo l’annessione di gran parte del Friuli al Regno d’Italia, le concessioni asburgiche furono cancellate e il settore oltre a essere regolamentato fu anche bersaglio di tasse nazionali e locali. La distillazione familiare continuò, ma diventò clandestina. Si distillava di nascosto e l’alambicco – suddiviso in pezzi – viaggiava lungo percorsi diversi e fuori mano in modo da superare eventuali controlli. Tutti sapevano, ma nessuno voleva sapere. Benito e Giannola Nonino Gli si trovarono così di fronte a un bivio: continuare a supportare un’attività irregolare o intraprendere una strada di legalità. Tra chi si spostava in mezzo Friuli assieme al proprio alambicco c’era anche Orazio Nonino. Dovette scegliere anche lui e decise di fermarsi. L’alambicco affondò le sue radici a Ronchi di Percoto, un gruppo di casupole cresciute all’ombra di una villa padronale. Era il 1897, centoventicinque anni fa. Da allora i Nonino – a Orazio seguì il figlio Luigi, per proseguire con Antonio e arrivare a Benito – sono stati spesso chiamati a scegliere. E molte volte le decisioni furono difficili perché lontane dai percorsi più scontati. Come quando Antonio, nel 1929, decise di spostare la distilleria da Ronchi a Percoto dove rimase per decenni prima di tornare sui suoi passi potenziata nelle strutture e solida nelle tradizioni. sgnapin Scelte difficili come quella che prese Benito agli inizi degli anni Sessanta quando l’Italia aveva la vista annebbiata dall’eccitazione creata dal boom economico. Allora i consumi di grappa esplosero e i distillatori non ci misero troppo a optare per la quantità garantita dall’alambicco continuo. I Nonino riconfermarono la distillazione discontinua, fermi nel solco della tradizione. Una fedeltà mai venuta meno, anzi conservata anche quando tutto avrebbe suggerito di guardare altrove: i numeri, il marketing, le richieste del mercato. Nel 1973 la svolta definitiva con la ricerca della massima qualità che per la distilleria è diventata l’unica regola: nascono così le grappe di monovitigno. Furono anni di battaglie anche giuridiche – con Giannola e Benito mai arrendevoli – che misero in primo piano il rispetto della natura, il lavoro dell’uomo, le sue tradizioni. Ci volle la forza di un Premio – il Nonino Risit d’aur – per riuscire a rianimare diversi antichi vitigni autoctoni friulani altrimenti destinati all’estinzione. Le viti si salvarono e ora i loro vini rallegrano i nostri brindisi. La trape, le vinacce distillate in purezza danno prodotti di alta qualità che nel 2020 la distilleria è stata premiata come la Migliore del mondo. Per valori quali la dignità del lavoro e la tradizione un riscatto definitivo. NONINO DISTILLATORI Via Aquileia 104, 33050 Percoto (UD) Tel: 0432 676 331 — www.nonino.it